Il Cappello del Mago

Prefazione

L’articolo che segue risale al 2009. Lo scrissi al termine di un periodo nel quale, frequentando sia alcuni newsgroup, sia vari siti web dedicati, mi ero posto come fine quello di capire qualcosa di più del c.d. fenomeno ufo. Mi avevano affascinato soprattutto la sua elusività e l’apparente contraddizione fra la totale mancanza di prove da un lato e l’enorme mole di segnalazioni dall’altro. Ne scaturì questo lavoro che oggi vi presento, opportunamente riadattato, allo scopo di ripresentare sostanzialmente le conclusioni alle quali giunsi allora, tenendo tuttavia conto del fatto che, nel frattempo, ho avuto modo di affinare parecchio taluni aspetti teorici (chi fosse curioso di sapere come, può consultare i testi presenti nella sezione download). Le aggiunte odierne sono in forma di note rientrate e con il testo di colore blu.

Il conflitto psichiche/materia.

In fisica classica con materia genericamente si indica qualsiasi cosa che abbia massa e occupi spazio o alternativamente la sostanza di cui gli oggetti fisici sono composti. (http://it.wikipedia.org/wiki/Materia_(fisica)

La psiche è un termine con cui tradizionalmente si usa individuare l’insieme di quelle funzioni cerebrali, emotive, affettive e relazionali dell’individuo, che esulano dalla sua dimensione corporea e materiale. (http://it.wikipedia.org/wiki/Psiche)

Uno dei pilastri della posizione dominante riguardo al rapporto psiche/materia è la netta, monolitica divisione fra oggettività e soggettività. In forza di tale divisione, si afferma che qualsiasi fenomeno per potersi dire reale deve essere oggettivo, ossia deve fondarsi su dati o fatti concreti, veri, sperimentabili, dati o fatti direttamente connessi al mondo reale e tangibile della materia. Tutto ciò che non può essere in qualche modo ricondotto alla materia, è, di conseguenza, definito come ‘soggettività’.

Il mondo delle idee, delle emozioni, delle intuizioni, delle sensazioni, l’intero ambito onirico e qualsiasi altra cosa riconducibile alla vita psichica ricade, senza eccezioni, nell’ambito della suddetta soggettività, ossia in un regno sostanzialmente precluso all’indagine scientifica (i.e. alla vera conoscenza). Non a caso la c.d. psicologia non rientra nel novero delle ‘scienze’ ed è descritta, piuttosto, come una disciplina che studia il comportamento degli individui e dei loro processi mentali ma che giunge a conclusioni per le quali, data la dubbia applicabilità del metodo scientifico, è sostanzialmente non rendibile un giudizio di verità. Sotto questo profilo, lo psicologo più che ad uno scienziato assomiglia ad un artigiano (un artista se è molto bravo) che, come tale, armeggia (con tanto di ‘mestiere’) con fenomeni destinati a rimanere in gran parte oscuri e sostanzialmente incompresi.

Non m’interessa qui discutere i guai della psicologia occidentale. Tuttavia, se questi esistono sono persuaso che derivino proprio dalla premessa sopra esposta. Per più di cent’anni gli psicologi sono partiti dall’assunto che tutto quanto andavano investigando fosse recluso nel mondo della soggettività individuale e questo li ha portati a trattare ogni singolo fenomeno osservato come un sostanziale parto della mente del singolo, una storia personale, magari drammatica, ma sempre chiusa fra gli spalti della mente. Da qui alla scelta della chimica come panacea di tutti i ‘disturbi psichici’ non c’è stato nemmeno bisogno di fare un passo.

Tuttavia e durante lo stesso periodo nel quale la psicologia ufficiale evolveva (si fa per dire), il mondo ha conosciuto e sperimentato un’altra realtà. Una realtà parallela, per molti aspetti disturbante e che si pensava morta e sepolta sotto secoli di razionalismo, s’è nuovamente mostrata all’uomo occidentale ed è cresciuta vieppiù, nonostante lo sguardo dei sapienti fosse pervicacemente rivolto altrove. Sto parlando di tutti quegli aspetti attribuiti al sovrannaturale dalla ‘cultura popolare’ e che hanno condito (e seguitano a condire) l’esistenza di molti. Fra questi certamente l’ESP, ma anche le out of the body experiences (oobe), i sogni lucidi e, infine, l’intero fenomeno UFO (con la sua brava coda fatta di abduction). In altre parole, una serie d’eventi inspiegabili o anche solamente strani che s’infilano nell’esistenza (di veglia e non) delle persone il più delle volte senza chiedere permesso.

Nota: in Keter (2014) ho superato la definizione di ESP, proponendone una diversa (USP, Ultra Sensorial Perception) enfatizzando il concetto che, per quanto strana, non esiste una percezione extra sensoriale. Ciò ha importanti implicazioni sia teoriche, sia pratiche.

Il presente lavoro si basa su due articoli precedenti nei quali ipotizzavo l’esistenza del Multiverso (cosa per niente nuova, in effetti) e per il quale avevo abbozzato anche un’ipotesi di struttura. L’idea di fondo era, oltre l’esistenza di creazioni diverse dalla nostra, poiché basate su un corredo dimensionale diverso, quella di quattro ambiti psichici in rapporto progressivo di contenuto a contenente: Inconscio Personale (IP, coincidente con la singola consapevolezza dove per consapevolezza s’intende una singola coscienza separata dal tutto, come può essere il sig. Mario Rossi oppure un alieno abitante su un diverso pianeta in quest’universo o in un altro universo) contenuto in un Inconscio Collettivo (IC, relativo a tutti i terrestri e coincidente con il nostro pianeta), Inconscio Universale (IU, relativo a tutte le consapevolezze esistenti nel nostro universo, ne consegue che ogni ipotetica ‘razza’ esistente nel nostro universo avrà un suo IC contenuto dell’IU di quell’universo) e Inconscio Multiversale (IM, relativo a tutte le consapevolezze esistenti nell’intero multiverso, perciò ad ogni creazione è attribuito un proprio IU). L’idea progrediva nella formulazione dell’ipotesi d’esistenza di un network psichico, trasversale a tutte le creazioni, capace di permettere fra queste una comunicazione di tipo, appunto, psichico.

Nota: potete trovare la descrizione completa di quanto sopra in IM-Teoria e velocità di propagazione della consapevolezza.

Ciò che, quindi, si renderebbe responsabile di una tale comunicazione non sarebbero le “strutture” dei singoli universi (cosa esplicitamente esclusa dalla M-teoria), bensì le consapevolezze eventualmente esistenti in tali universi, assumendo che alcune di queste consapevolezze abbiamo imparato a viaggiare nell’IM. Stiamo parlando d’ipotetici viaggiatori dimensionali, ossia di ‘individui’ che hanno appreso il modo per spostarsi fra le diverse creazioni esistenti per motivi che, almeno per il momento, non c’interessa investigare.

Ora, assunta l’esistenza di altri universi e, all’interno di questi, di altre consapevolezze diverse da noi, è facile concepire l’insieme di tutte le creazioni come un tutto unico dotato di consapevolezza, nonché e di conseguenza la ‘materia’ che costituisce questo tutto come espressione della stessa matrice.

Il punto centrale, dunque e per quel che ci riguarda, sarebbe non tanto di stabilire un primato fra psiche e materia. Quanto, piuttosto, di presupporre l’esistenza di un ‘mattone’ capace di descrivere il Multiverso in ogni sua parte. Forse proprio ciò che i fisici hanno chiamato Bosone di Higgs (http://it.wikipedia.org/wiki/Bosone_di_Higgs).

Ora e senza entrare nelle specifiche fisiche del bosone (un po’ perché me ne manca la competenza, un po’ per una sorta di timido pudore), quando immagino questa particella penso ad un componente talmente flessibile e dinamico da porsi come costituente primario di qualsiasi creazione esistente sia che questa si basi su una sola dimensione, oppure su undici dimensioni. Una particella capace di descrivere qualsiasi ‘stato della materia’ solo cambiando opportunamente il proprio stato vibrazionale (in sostanza, quel che farebbero le stringhe nella M-Teoria).

Materia, abbiamo detto. E il significante, nel caso del nostro universo, ci indica con una certa precisione il suo significato: qualcosa che occupa uno spazio, che ha una massa, un colore, una temperatura, oltre a talune specifiche proprietà meccaniche e fisiche. Insomma qualcosa che se ti cade in testa te n’accorgi, senza meno.

Tuttavia, se il riferimento per ciò che chiamiamo ‘materia’ è un universo basato su di un corredo dimensionale diverso da quello che caratterizza il nostro (intendo dimensioni diverse in tipo e in numero) mi chiedo se abbia ancora un senso pensare la ‘materia’ nei termini nei quali l’abbiamo descritta.

Non sarebbe più ‘logico’ pensare che, presupposto un diverso stato vibrazionale del mitico bosone (o delle stringhe, fate voi), anche la ‘consistenza’ e, più in generale, tutte le proprietà della materia sono destinate a cambiare?

Ancora, sarebbe eccessivamente ardito ipotizzare che una simile particella sia in grado di esprimere il tipo di materia che normalmente chiamiamo psiche? In tal caso ‘psiche’ e ‘materia’ non sarebbero che diverse manifestazioni del medesimo componente fondamentale.

In generale, quindi e nell’ipotesi prospettata, stati vibrazionali diversi genererebbero densità diverse della ‘materia’ e (perché no?) diversi stati dell’essere.

Undici dimensioni la cui esistenza è stata dimostrata matematicamente (magari tra un po’ scopriremo che sono di più ma, per il momento, va bene così) e che, in base al calcolo combinatorio semplice, possono generare 2048 creazioni (Vedi: Keter, capitolo sul Multiverso), tutte espresse dal medesimo ‘mattone’ che, per ciascuna creazione, esiste ad uno specifico stato vibrazionale e che, per questo, è capace di esprimere mondi a noi incomprensibili e nei quali la ‘materia’ continua ad esistere anche se in modo profondamente diverso da come siamo abituati a pensarla. E, in ciascuna creazione, altre consapevolezze. Consapevolezze aliene, appunto (qui il bestiario malanghiano rischia di allargarsi un tantino perché ci vuol poco a vedere che proprio questa potrebbe essere la fonte della realtà ‘altra’ che è con l’uomo sin dalla sua origine).

Mentre qui, da noi, quello stesso mattone costruisce indifferentemente sassi e sogni. Materia (fisica) e Psiche, due mondi in apparenza separati ma, in realtà, frutto della stessa fonte. Due mondi all’interno dei quali il singolo ‘percettore’ può provare a sperimentare lo stesso, identico livello di oggettività.

Niente più soggettività e oggettività, dunque? Non è necessario estremizzare in questo modo. Un ambito soggettivo verosimilmente permane anche se solo in una dimensione concettuale certamente ridotta rispetto a come siamo stati abituati a pensare.

In questo modo, tuttavia, molte difficoltà scompaiono. Magari sostituite da altre, come no. Il punto è, però, che se solo ciò che è fisico è ‘reale’ mentre tutto il resto è irreale ogni porta si chiude e una grande parte fenomenica è semplicemente perduta perché concettualmente non conveniente da investigare. Fenomeni come l’ESP, le c.d. oobe, i sogni lucidi, gli ufo, le abduction e il ‘sogno di Michele’ sono relegati in una soggettività che, nella migliore delle ipotesi, comporta un vero suicidio speculativo, tagliando fuori l’uomo da uno spettro di possibilità di conoscenza potenzialmente sconfinato. Ma vediamolo, questo ‘sogno’.

Il sogno di Michele (su concessione della stessa persona che lo ha sognato. Il sogno è stato postato dall’utente ‘Michele’ sul newsgroup ‘it.discussioni.sogni’, gerarchia ‘usenet’, in data 21 giugno 2009)

Il sogno inizia con me che cammino per strada, in direzione di casa. Sono solo, ed è tardo pomeriggio, ma c’è ancora sole, quindi il periodo dell’anno è quello attuale. Ad un certo punto sento qualcuno alle mie spalle. Mi volto, e a poca distanza da me, c’è una donna, dall’aspetto giovane, che spinge un passeggino, che mi sembra vuoto. Guardo meglio, ed effettivamente non c’è nessun bambino, né sulla carrozzina, né in braccio alla ragazza. Non credo di conoscerla, però inizio a provare una brutta sensazione, molto strana, tanto che faccio fatica a descriverla.

E’ un misto di paura e ansia, insieme a quella che potrei definire come la percezione del male, che dai miei sensi viene tradotta con una sensazione di freddo, quasi gelo. Avvertito questo forte disagio, che per quanto ne so poteva anche non essere mio, ma della donna, volto immediatamente lo sguardo e proseguo per la mia strada. Sono quasi arrivato a casa, quando la scena cambia bruscamente, uno stacco insomma. Mi trovo all’interno di una stanza, ma è completamente buio, non filtra neanche il più piccolo spiraglio di luce, tanto che non sono in grado di orientarmi. Ma c’è qualcun’altro con me e maneggia qualcosa di metallico. Mi rendo anche conto di essere nudo, almeno fino alla cintola dei pantaloni. L’altra persona mi si avvicina, è dietro di me.

Non è la donna di prima, direi che si tratta di una presenza maschile. Ho paura. Qualcosa di freddo si poggia sulla mia pelle, all’altezza dei reni. Non è una lama, si tratta di una superficie piatta. Inizio ad agitarmi, e contemporaneamente mi sveglio. Ci ho messo qualche secondo per capire che era notte fonda, e che mi trovavo nel mio letto. Poi mi sono riaddormentato, ed al mattino seguente, non mi ricordavo più del sogno. Tutta la giornata scorre tranquillamente, fino alla sera, quando torno a casa e mio padre mi chiama per dirmi che qualcuno mi ha cercato.

Gli chiedo chi fosse, e lui inizia con la descrizione che mi ha fatto tornare alla mente il sogno della notte. Era una donna, con un passeggino, che dal punto in cui si trovava lui (stava lavorando in cortile), sembrava vuoto. Pare abbia chiesto di me, pronunciando proprio il mio nome, e mio padre, non sapendo se io fossi in casa o no, l’ha invitata a bussare. Io non c’ero, ma dentro casa era presente mia madre, che però non ha visto né sentito bussare nessuno. Al che mi si è gelato il sangue, e sono corso in camera, per chiamare tutte le ragazze che conosco, che hanno un bambino piccolo, e che quindi potessero andare in giro con un passeggino. Fortunatamente non sono tante, quindi ho dovuto fare solo 5 telefonate, e manco a dirlo, nessuna era passata a casa mia.

Interpreto sogni da molti anni e quando ho letto il post di Michele ho escluso subito che si trattasse di un sogno ordinario. Sul punto, mi rendo conto, le opinioni potranno essere le più diverse. Tuttavia, io parto dal presupposto, per me fondamentale, che un sogno è sempre vero, autonomo e coerente. Vero perché verificabile riguardo alla storia personale del sognatore, autonomo perché si presenta come un’unità compiuta e capace da sola di incidere sulla psiche del singolo e coerente perché totalmente auto-esplicativo, ossia qualcosa che è possibile leggere in modo del tutto consequenziale senza, cioè, poter rilevare contraddizioni logiche al suo interno. Ecco, il sogno di Michele mancava, almeno in prima lettura, di coerenza. Mi riferisco alla ‘percezione del male’ e all’incoerenza di questo elemento con il resto della scena onirica. L’elemento appariva posticcio, slegato dal contesto se non per il fatto che, come elemento disturbante, proseguiva nella seconda parte del racconto (ancorché in forma diversa).

Certo, la donna con la carrozzina vuota avrebbe potuto simboleggiare la madre del sognatore e la carrozzina vuota, in specifico, avrebbe potuto far pensare al trauma dell’abbandono, ma questa ipotesi, parlando con Michele, non sembrava giustificata dalla sua storia personale. Il sogno, quindi, oltre che incoerente non sembrava nemmeno vero. Tuttavia, ciò che spiazzava era la coda della vicenda, tutta vissuta in real-life, con il padre che riferisce di quello strano episodio e che scatena in Michele il ricordo del sogno che aveva completamente dimenticato (probabilmente, censurato).

Eliminato il possibile, restava l’impossibile. Restava l’ipotesi che l’avventura onirica di Michele fosse stato l’incontro con un visitatore multidimensionale (o multiversale). Una consapevolezza aliena, venuta da chissà dove, in cerca di lui e che il padre, verosimilmente grazie al profondo rapporto che ha con il figlio, aveva ‘visto’. Certo, vi è un buco temporale dato che Michele sogna la notte precedente e il padre vede la donna il pomeriggio successivo. Ma questo non credo abbia grande peso perché il padre, per ‘vedere’ la donna e sempre ammesso che tutto ciò abbia un senso, aveva dovuto modificare la sua percezione. In altre parole, si era dovuto mettere (inconsciamente e a sua volta) in uno stato ‘onirico’ giacché l’immagine che aveva percepito esiste e agisce in quella dimensione, proprio grazie all’ausilio della ‘materia psichica’. Una dimensione nella quale il tempo (e chi ha dimestichezza con i propri sogni lo sa bene) spesso sembra non esistere affatto.

In effetti, si potrebbe anche pensare che il sogno sia stato premonitore e che Michele abbia visto in sogno quel che sarebbe accaduto solo il giorno successivo. Tuttavia, la seconda parte dell’evento onirico mi fa dubitare di questo perché lì il sognatore sperimenta un contatto drammaticamente diretto con la presenza sconosciuta. Sembra, quindi, che ciò sia avvenuto realmente durante il sogno. Tuttavia e anche qualora l’episodio del contatto nella stanza buia fosse stato generato dalla paura sperimentata alla vista della donna, resta l’episodio narrato dal padre e del quale gli unici testimoni furono il padre stesso e i suoi cani (particolare soggiunto solo in seguito da Michele) non avendo la madre, pur essendo presente, visto né sentito alcunché.

Il fatto è che eventi onirici come quello di Michele sono tutt’altro che infrequenti. L’ho scelto solo perché è l’ultimo in ordine di tempo fra tutti quelli, e non sono pochi, che ho conosciuto nel corso degli anni. Senza contare l’intera casistica in tema di abduction che, a oggi, appare talmente vasta da essere persino preoccupante.

Giovanna l’addotta.

Proprio mentre sto scrivendo, Mediaset manda in onda la prima puntata di ‘Misteri’ (1/7/2009), programma condotto da Enrico Ruggeri, nella quale passa un’intervista a Giovanna, un’addotta presumo d’origine sarda. Il documento, almeno in Italia, mi sembra una novità assoluta se non nel fatto in sé (in passato, altri casi di rapimenti sono assurti all’onore delle cronache, Lonzi e Zanfretta per fare un paio di nomi) almeno per il modo con il quale è stato presentato. In ogni caso, si tratta di una testimonianza drammatica sulla quale credo valga la pena di spendere qualche parola.

Giovanna, questa la mia impressione, appare una persona autentica. Sotto un profilo strettamente psicologico, Giovanna non si pone mai come un’eletta o una prescelta. In altre parole, sembra assente anche la più piccola traccia d’inflazione psichica. Il suo tono di voce è sempre contenuto, mai isterico o troppo carico. La donna proferisce frasi semplici che descrivono concetti altrettanto semplici. Anche quando riferisce fatti o considerazioni concernenti questioni verosimilmente molto complesse (biocompatibilità, ibridazione, etc.) lo fa in modo estremamente lineare, come a dire ‘io questo ho capito e non posso dirvi di più’. Non vi è traccia di tinte imbonitrici, anche se un aspetto interessante è il coinvolgimento emotivo profondo che Giovanna mostra di provare a seguito di una domanda a proposito del presunto aborto di un ovulo impiantato dagli alieni. Questo è un fatto che interviene verso la fine della prima parte e che riequilibra sostanzialmente l’unico atteggiamento non convincente della donna. Per alcuni minuti, infatti, Giovanna parla senza apparente stress emotivo di numerose gravidanze (o presunte tali) risultato dell’impianto nel suo utero di ovuli ibridi. Gravidanze interrotte sistematicamente intorno al secondo mese quando, a seguito di rapimento, i feti erano prelevati dal suo grembo. Da solo, questo fatto potrebbe facilmente creare seri problemi a qualsiasi donna. Per questo, il distacco rilevabile in Giovanna mentre racconta i fatti, appare sospetto. Il crollo successivo, tuttavia, suggerisce che quella distanza fosse solo un modo per proteggere se stessa da una ‘realtà’ troppo dura da accettare. In altre parole, la freddezza di Giovanna non nascondeva alcunché, piuttosto serviva a lei come filtro per una sofferenza potenzialmente devastante.

Fin qui la soggettività che, tuttavia e in questo caso, sembra essere corroborata da interessanti elementi ‘oggettivi’ quali:

  • Presenza di evidentissime cicatrici sul corpo della presunta addotta (braccia e gambe);
  • Tracce sull’epidermide di una sostanza luminescente di natura allo stato sconosciuta;
  • Presenza, rilevata tramite Tomografia Assiale Computerizzata (TAC), di un oggetto probabilmente metallico posizionato nell’ipofisi del soggetto. Il referto segnala qui ed esplicitamente “l’anomala presenza di un oggetto non qualificabile”;
  • Diversi referti di gravidanze (diagnosticate come ‘isteriche’) con costante montata lattea e tracciato eco-cardio del nascituro (ancorché l’ecografo non mostri la presenza di alcun esserino nel grembo della donna);
  • Documentazione fotografica relativa a oggetti volanti non identificati e, per quello che si è potuto vedere, anche a una figura biancastra forse identificabile come entità extraterrestre (fotografie realizzata dalla stessa addotta);
  • La salma di un feto, probabilmente l’aborto del quale parla Giovanna durante l’intervista.

C’è poco da fare, tutto questo ha dell’incredibile e se il punto di vista è di colui che vede una separazione netta fra psiche e materia, le possibilità di comprendere sia il sogno di Michele, sia i rapimenti di Giovanna in termini diversi dal disturbo psichico sono pari a zero.

Se, invece, provassimo per un attimo a ragionare nei termini proposti più sopra, allora le cose potrebbero andare diversamente. Procedendo per gradi, potremmo anzitutto dividere i nostri visitatori in due grandi categorie: quelli che provengono da quest’universo e quelli che provengono da creazioni diverse dalla nostra (con corredo dimensionale dissimile dal nostro).

Nel primo caso, il soggetto vedrebbe l’alieno sostanzialmente per ciò che è, giacché l’immagine percepita avrebbe avuto comunque origine in quest’universo. Nel secondo, è chiaro che le cose starebbero in modo diverso poiché un’entità che proviene da un mondo, ad esempio, a cinque dimensioni, quando prende a scorrazzare per il Multiverso se le porta dietro tutte quelle dimensioni. Ne consegue che la nostra mente, mancando di una o più dimensioni (non è detto che le quattro di base siano uguali alle nostre), sarebbe costretta a ricostruire l’immagine dell’alieno in modo coerente almeno rispetto al nostro corredo dimensionale. Da qui, le forme più strane ancorché perfettamente coerenti con i c.d. pattern di attivazione, ossia una libreria d’immagini residenti e alle quali fare riferimento per risolvere l’input sensoriale. Da qui immagini quali il ‘sauroide’, il ‘rettiloide’, il ‘testa a cuore’, il ‘grigio’, il ‘biondo a sei dita’ le quali non sarebbero che l’adattamento migliore disponibile al brain per visualizzare qualcosa che è in gran parte al di fuori della sua portata.

Michele vede una donna che, in quella precisa fase onirica, è una ricostruzione inconscia di qualcosa che si sta avvicinando e che lo sta cercando. Il suo inconscio l’ha percepito e il suo cervello gli restituisce quell’immagine. Magari quella cosa conosce già Michele, magari sa già che se si presenta in modo da sollecitare il suo istinto paterno per lei sarà più facile avvicinarlo e, in base a questo, invia segnali precisi che la mente di Michele traduce nella donna con passeggino vuoto. Qualcosa, però, va storto perché Michele è messo in allarme da uno specifico senso di pericolo. Forse un’essenza predatoria che la donna non riesce a mascherare completamente. Così, la scena cambia in modo repentino e Michele, ora che i sotterfugi sono diventati inutili, si trova a stretto contatto con l’alieno che letteralmente lo ghermisce da tergo. Se, poi, la dimensione tempo fosse perfettamente sconosciuta all’alieno, per noi quel che l’alieno fa si svolgerebbe in ogni tempo. In questo modo il padre, il pomeriggio successivo, è in grado di ‘vivere’ la stessa scena dell’avvicinamento e di farlo talmente bene da non rendersi affatto conto che, in realtà, ‘stava sognando’, ossia stava facendo funzionare la sua percezione ad un livello diverso da quello che tutti usiamo normalmente e che ‘costruisce’ (è letterale) il mondo intorno a noi. Qui, tra l’altro, c’è da rilevare che il padre non ha alcuna consapevolezza del ‘pericolo’ avvertito dal figlio. Questo è interessante, giacché potrebbe rafforzare l’idea dell’atto ‘attentivo’ come specificamente diretto. L’attenzione dell’alieno era puntata esclusivamente su Michele il quale e per questo motivo è stato capace di rilevarne la vera essenza (sostanzialmente predatoria), mentre il padre ne ha avuto una visione incompleta per il fatto che, non essendo lui il bersaglio, non si trovava nelle condizioni per poter percepire le reali intenzioni di quella cosa.

Se Michele riduce la sua esperienza a un sogno e, forse, ad alcuni fatti isolati nel corso della sua vita, Giovanna è rapita, impiantata, ingravidata, scippata dei feti che accoglie, sottoposta ad ogni sorta di vessazione e questa sorta di calvario sembra durare a lungo nel tempo, saturando in modo importante la sua stessa esistenza. La domanda, quindi, è se sia possibile trattare il suo caso come abbiamo fatto con quello di Michele. In fondo qui esistono segni fisici evidenti che qualcosa è accaduto e, in effetti, i rapitori di Giovanna potrebbero provenire da questo stesso universo ed essere giunti qua ‘fisicamente’.

Il fatto è che, su questo punto, condivido con gli scettici più di una perplessità. Su tutte il limite della velocità della luce, superabile solo ipotizzando che eventuali visitatori appartengano a una razza che ha una vita media di qualche migliaio di anni. In tal caso, un viaggio di cinquant’anni sarebbe per loro poco più di una passeggiata e resterebbe loro tutto il tempo per fare ciò che son venuti a fare (qualsiasi cosa possa essere). Tuttavia, c’è un’altra considerazione che mi rende perplesso. Anche ammettendo che vivano tremila anni e siano giunti qua da una stella lontana cinquant’anni luce, quanti sarebbero? Pochi, immagino. Certamente non abbastanza per riuscire a giustificare le gigantesche dimensioni alle quali il fenomeno UFO è giunto negli ultimi decenni. E tutto questo senza tenere conto di tutti i problemi di logistica che ogni esploratore dello spazio incontra qualora approdi su di un pianeta diverso dal suo (ricordo, in proposito, un’osservazione di Corrado Malanga concernente il fatto che, ad esempio, nessun terrestre sarebbe mai in grado di digerire fagioli marziani, ecco, se questo è vero non mi spiego perché non debba esserlo anche per chi si trova sulla Terra provenendo da da un altro pianeta).

Insomma, il fatto che questi ‘saltafossi’ siano qui ‘fisicamente’, mi trova alquanto dubbioso.

Altro paio di maniche, invece, è trattare i rapitori di Giovanna come esseri multidimensionali. L’unico scoglio sarebbe rappresentato dai ‘residui fisici’ che, tuttavia e in termini psicologici possono trovare, a mio modesto avviso, adeguata spiegazione.

Il punto sta nell’esigenza, riscontrabile in qualsiasi individuo, di una lettura coerente del proprio stato complessivo. In altre parole, se accade un fatto che involge la psiche di una persona, tranquilli che, di lì a poco, il corpo in qualche modo seguirà. E’ lo stesso meccanismo che sta alla base delle malattie psicosomatiche e che tende a portare nel soma ciò che il soggetto ha costruito nella sfera psichica. In altre parole, le cicatrici, lo stesso impianto, le gravidanze, etc. sarebbero sostanzialmente autoprodotte. Non a caso, l’ecografo non può mostrare ciò che fisicamente non sta lì.

Se Giovanna è rapita, il rapimento (così come tutte le vessazioni che subisce) accade in una dimensione diversa da quella propriamente ‘fisica’. Siccome, poi, la cosa si prolunga nel tempo, l’intero corpo impara ad adeguarsi (producendo le cicatrici e persino lo stesso impianto), arrivando a farlo quai in tempo reale.

Sembrerebbe buona. Peccato che rimanga il feto morto a incasinare tutto.

Juan Matus e il problema del feto morto.

Si è ipotizzato che esistano delle consapevolezze capaci di compiere il viaggio multidimensionale e che, in forza di tale conoscenza, queste vengano a farci visita. In realtà, sembrerebbe scontato che si siano intese consapevolezze aliene (in tal caso qualsiasi consapevolezza che non appartiene al nostro pianeta, sia che provenga da Sirio, sia che provenga da un universo parallelo sarebbe considerata ‘aliena’). E dove sta scritto che a noi sia preclusa una manovra di tale portata? Possiamo legittimamente escludere che qualcuno di noi l’abbia già fatto o lo stia facendo? In fondo, cosa fanno realmente i proiettore astrali o i gruppi di sognatori lucidi che condividono il medesimo spazio onirico o, ancora, uno sciamano che viaggia nell’al di là se non propriamente un viaggio multidimensionale?

L’argomento è troppo interessante perché sia esaurito in questa sede e, quindi, mi riprometto di affrontarlo in modo più approfondito in un altro lavoro. Per quel che qui rileva, atteniamoci all’ipotetico meccanismo che potrebbe stare alla base del viaggio. E, per farlo, chiederò aiuto a Juan Matus e alla sua teoria dell’allineamento.

‘El viejo nagual’, così era chiamato dai suoi apprendisti, un giorno aveva detto loro che l’Aquila (la Creatura, il Multiverso) è fatta d’indescrivibili ‘emanazioni’ organizzate in ‘fasci’ e che ciascun fascio corrisponde ad un determinato piano di realtà, un mondo a sé. El viejo nagual disse anche che tutti gli esseri hanno dentro di sé gran parte delle emanazioni che stanno all’esterno (in alto come in basso). Ora, gli antichi stregoni toltechi avevano imparato il trucco per viaggiare attraverso le emanazioni, ‘allineando’ alle emanazioni della creatura quelle che avevano in sé. Lo stregone non faceva altro che spostare la sua attenzione al suo interno e agganciare le emanazioni di uno specifico fascio esterno, allineando le proprie emanazioni con queste. Questo faceva si che lo stregone spesso scomparisse da questo mondo per ricomparire in un mondo alieno. Scompariva da qui per comparire lì, con tutto il corpo, cappello compreso.

V’è da dire che Juan Matus era un nagual e per lui queste cose dovevano apparire del tutto scontate. Al di là, però, della posizione di ciascuno su ciò che fu (o non fu) Carlos Castaneda, proviamo, al fine di risolvere il problema del feto morto, a ragionare in termini di ‘allineamento’. Ossia, ipotizziamo che la consapevolezza ‘C’ esista in un universo parallelo al nostro, che sia abituata da molto tempo a venire proprio qui e che per venirci usi la tecnica dell’allineamento. Per C né il tempo, né lo spazio costituiscono un problema perché la ‘materia’ della quale sono costituiti non è ‘materia fisica’, ma assomiglia di più a quella dei nostri sogni. Per lui passato e futuro non esistono e tutto avviene nel medesimo istante e nel medesimo luogo. Così, egli sa che sarà in grado di coprire qualsiasi distanza a tempo zero.

L’unico vero problema per C è di allineare esattamente il mondo che intende raggiungere e, una volta lì, di mantenere l’esatto allineamento sino a quando non tornerà indietro.

Problema, a quanto pare, tutt’altro che semplice e la cui errata soluzione potrebbe dar conto dei fenomeni più strani come ufo che cambiano colore, forma, dimensione, che appaiono e scompaiono … ufo-crash. Tutti eventi frutto di possibili errori d’allineamento. Un gruppo di consapevolezze si mette in movimento, destinazione Terra e, a seguito di uno di questi errori, si ritrova a mal partito dalle parti di una cittadina chiamata Roswell. Quando hanno iniziato il viaggio, queste consapevolezze erano qualcosa che non possiamo nemmeno provare a immaginare, ma quando hanno toccato violentemente il suolo del deserto del Nuovo Messico erano una navicella aliena. Eh, un bel mistero.

Immaginiamo adesso i nostri saltafossi alle prese con Giovanna. La ingravidano una prima volta (psichicamente che, in questo caso, non significa soggettivamente) e, facendo questo, rischiano qualcosa perché è chiaro che la donna dovrà farsi carico, in qualche modo, di mantenere l’esatto allineamento per l’ovulo che le hanno parcheggiato in grembo. Probabilmente, giocano su meccanismi naturali, propri d’ogni femmina, tesi a proteggere in ogni modo la vita del nascituro. E gli dice bene. Infatti e per diverse volte ripetono l’operazione con successo. Tuttavia, anche per Giovanna viene il momento sbagliato. Qualcosa va storto, l’allineamento si sfasa e il feto è attirato fatalmente nella realtà fisica con la forma che il video mostra. Forma che forse non ha alcunché di simile a ciò che sarebbe diventato quell’essere se fosse sopravvissuto, ma che probabilmente è l’unica forma che un’informazione di quel tipo può acquisire una volta che il suo stato vibrazionale degrada a livello della nostra realtà.

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In sostanza, gli ‘alieni’ sarebbero qui da sempre ed anche in numero rilevante ma sarebbero percepibili solo in una dimensione che, per noi, è essenzialmente onirica. Ciononostante, essi sarebbero capaci di rendersi visibili adeguando in modo opportuno il loro stato vibrazionale a quel che chiamiamo ‘realtà fisica’. Viaggiatori multidimensionali (‘esploratori’ per usare il linguaggio castanediano) che si accompagnano alla razza umana sin dagli albori della coscienza e che, con il passare delle epoche, l’uomo stesso ha percepito in modo diverso adeguandone l’immagine ai pattern cognitivi che la mente acquisiva/costruiva nel corso dei secoli. Durante la veglia noi non li vediamo solo perché facciamo lavorare la nostra percezione in modo molto selettivo, tanto da ‘degradare’ l’input sensoriale al ‘segnale consueto’, molto ben conosciuto e, in definitiva, molto rassicurante del ‘mondo dei sassi’. Tuttavia, spesso è sufficiente un lieve cambiamento nel c.d. niveau mental perché queste immagini si manifestino (con grande soddisfazione di psichiatri e psicologi, naturalmente).

Perché siano qui e cosa vogliano da noi potrebbe non essere un grande mistero, ma questo è argomento che sarà parte di un altro lavoro.

Credo sia il caso di rilevare come tutto questo sia sostanzialmente un’ipotesi, ancorché un’ipotesi di lavoro. Ora, se è vero che, come dice il mio amico Leonardo, un’ipotesi non ha grande bisogno di elementi a favore (al contrario di quel che si richiede alla sua confutazione), credo che quella qui prospettata presenti alcuni aspetti che, almeno a mio avviso, si concretano in una certa consistenza e, perché no, anche in una sostanziale coerenza.

Sul fatto, poi, che si tratti di un’ipotesi anche convincente non è giudizio che spetta a me dare. Tuttavia, chi la ritenga tale può, anche da subito, provare a verificarla di persona.

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Bibliografia minima.

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