Il Nagual Juan Matus e il Vedere

El viejo nagual

El viejo nagual estaba dormido bajo la ramada … sono certo che Juan Matus perdonerà l’impertinenza, ma quelli della mia età che hanno amato Castaneda, credo siano perfettamente consapevoli, poiché lo hanno condiviso, del trasporto profondo che ha informato tutti noi verso la figura del “vecchio nagual”. Vero o inventato che fosse, l’abbiamo molto amato.

Erano gli anni ’70 e noi tutti, ma proprio tutti, si era su un treno che viaggiava a velocità folle. Come seconda generazione della rivoluzione sessuale, in molti sono rimasti sul campo. Alcuni se li è presi l’eroina, altri la “lotta armata”, altri ancora l’impiego in banca, il negozio di cineserie o il bar dello sport.

Nichilisti d’accatto, qualcuno ci ha definiti così e, forse, ci ha pure preso. Tuttavia, di là dai fegati che ancora, silenziosamente rodono e all’occasione vomitano bile, qualcuno di noi è riuscito a mantenere la barra a dritta, senza perdere di vista, nemmeno per un secondo, il fine verbalizzato dalla legacy castanediana: la libertà totale.

Questo, per la verità, non è del tutto esatto perché il primo a usare la locuzione ”libertà totale” fu Ron Hubbard nel 1952, ma noi ancora non lo sapevamo. Inoltre Castaneda contestualizza la definizione in un modo che è lontano anni luce dalla morbosità hubbardiana. Sul punto mi permetterò una breve digressione.

Esistono, come accade per ogni fenomeno umano, due diverse forze che informano il c.d. nichilismo, inteso come periodo storico che nasce nell’ottocento e attraversa tutto il novecento. Per la verità, si parla di forze che sono in campo da sempre ma che si caratterizzano diversamente nel loro procedere sulla linea del tempo e che, proprio per questo, ci permettono di osservare le vicende umane in una prospettiva storica. Ora e stando ben attenti a non impegnare concetti farlocchi quali bene e male e fatte salve le varie distinzioni formulate a livello filosofico, ciò che m’interessa evidenziare è il nichilismo da un punto di vista psicologico, situazione nella quale il fenomeno in parola presenta due aspetti. Il primo, che potremmo definire “alto”, è senz’altro riconducibile a Leopardi e Nietzsche nell’ottocento e a Bukowski nel novecento. Il secondo definibile come “basso” è, a mio modo di vedere, ben rappresentato nell’ottocento dall’esoterismo rinascente e, quindi, da persone come Eliphas Levi, Helena Blavatsky, Gérard Encausse (Papus), mentre nel novecento soprattutto da Aleister Crowley e, appunto, da Ron Hubbard (il quale fu vicinissimo al mago inglese e dal quale ebbe il vero impulso che lo portò a coniare, nel 1952, la definizione di libertà totale). Vorrei chiarire che gli aggettivi ”alto” e “basso” non sono giudizi di valore, bensì un modo per connotare due livelli psicodinamici diversi, il primo legato a una pulsione intellettuale che genera, a sua volta, una speculazione filosofica profonda ancorché soggettivamente sterile, il secondo generato da una pulsione assai più primitiva, certamente rettile, che porta l’individuo a cercare potere personale e, quindi, affermazione egoica.

Tutto questo impeto digressivo per dire che, a ben guardare, entrambi questi modi d’essere del nichilismo hanno portato l’uomo, attraverso la disintegrazione di ogni “valore” tradizionale, al risultato concreto di individuare una meta realizzabile, dando un nome a qualcosa che, sino a poco prima, era solamente furia distruttiva: la libertà totale, appunto. Concetto che, se in Hubbard è esclusivamente legato alla primigenia pulsione rettile, in Castaneda acquisisce straordinaria eleganza e astrattezza. In altre parole, proprio ciò che ci fece innamorare.

Sì, perché di questo si tratta, di una Cartagine delenda, totalmente distrutta e sulle ceneri della quale è sorto qualcosa di talmente nuovo ed eversivo che davvero in pochissimi sembrano attrezzati per poterlo anche solo intravedere. Tutti gli altri, invece, a vomitar la nera bile … eh … del resto, come dar loro torto, il nichilismo li ha privati di tutto. Niente più “dio”, niente più patria e niente più famiglia. Fossi nei loro panni, sarei incazzato pure io.

In any way e come accennato, Carlos Castaneda nel 1968 pubblica THE TEACHINGS OF DON JUAN A YAQUI WAY OF KNOWLEDGE (University of California Press, 1968) che in Italia arriva due anni dopo, pubblicato da Astrolabio.

Para mi solo recorrer los caminos que tienen corazón, cualquier camino que tenga corazón. Por ahí yo recorro, y la única prueba que vale es atraversar lodo su largo. Y por ahí yo recorro mirando, mirando, sin aliento (Per me esiste solo il cammino lungo sentieri che hanno un cuore, lungo qualsiasi sentiero che abbia un cuore. Lungo questo io cammino e la sola prova che vale è attraversarlo in tutta la sua lunghezza. E qui io cammino guardando, guardando, senza fiato).

Bello, eh … in effetti, la tentazione di addentrarmi in un’analisi psico-sociologica del fenomeno Castaneda nella sua complessità è forte, ma non lo farò perché il tema dell’articolo è il “vedere”, ossia l’idea fissa del nagual Juan Matus il quale fa di tutto per cercare di portarvi il suo apprendista che, per diverso tempo, ci prova senza, però, riuscirci.

Per Carlos, il problema è concettuale. È un intellettuale e questo vuol dire che la sua paura è talmente grande che la sua esistenza si svolge per lo più nel suo castello mentale. Per questo, lui ha un bisogno profondo di ”capire” prima di “fare”, con il risultato che, alla fine, Carlos non “fa”!

Memorabili le risate del Vecchio quando guarda Carlos scrivere le sue parole sul taccuino. Memorabile il consiglio di imparare a scrivere con il dito, consiglio che lascia l’apprendista interdetto e il maestro piegato in due, a ridere sul pavimento.

Ecco, sono stato per anni con il taccuino in mano, lo sguardo vagamente ebete, a cercare di capire cosa cazzo volesse dire il Vecchio quando parlava del “vedere” fino al giorno in cui, finalmente, riuscii a compiere la manovra giusta.

Il “vedere” scatta quando diventi consapevole, con tutti e tre i Centri, che quello che ti circonda, compreso il tuo corpo, lo stai creando tu, un istante dopo l’altro, senza soluzione di continuità.

Il “vedere” è così difficile perché è qualcosa di totalmente antitetico alla razionalità. Infatti, porta l’io osservatore su un piano del tutto diverso, dove il principio di causa/effetto cessa di esistere. È questo il vero punto di crisi, ossia il limite sistemico che per la stragrande maggioranza dei viventi è del tutto fuori portata: il superamento del principio di causa/effetto.

“Babbo, babbo, perché c’è la pioggia?”

“Perché l’acqua, sulla terra e a causa del calore del sole, evapora e sale in cielo, lì forma le nuvole che, quando diventano troppo pesanti, precipitano di nuovo sulla terra in forma di pioggia”

Il quadro si chiude con il padre e il figlio che, sorridenti, continuano la passeggiata nel parco sotto casa. Tuttavia e a dispetto della banalità della scena, per entrambi i protagonisti, la cosa è andata molto oltre la ripetizione di un concetto ritrito poiché, in quella precisa circostanza, l’uomo ha pagato un tributo alto al suo paradigma percettivo e, nello stesso tempo, ha modellato nei medesimi termini quello del cucciolo. Il tutto facendo semplicemente riferimento allo schema causa/effetto che, a buon motivo, è uno dei pilastri della razionalità.

Ebbene, questo “rivisitare” tale livello concettuale tramite il linguaggio, è proprio la manovra che ha il potere di “calmare” entrambi. Infatti, quando il bambino pone la domanda, genera angoscia nel padre, non perché il bimbo sia particolarmente cattivo, piuttosto perché la sua domanda, quale che sia, porta il padre immediatamente a ridosso del mistero della percezione. In altre parole, davanti alle solite domande che, da quando esiste la coscienza, sembrano senza risposta: chi siamo e perché esistiamo.

In realtà, noi lo sappiamo benissimo chi siamo, ma la cosa ci spaventa al punto che ci rifugiamo nel sonno. E la “ragione” è l’aspetto probabilmente più potente di tale sonno.

Paradossale? Solo in apparenza, ma me ne sono reso conto solo quando ho toccato con mano il “vedere”. In altre parole, quando ho smontato il c.d. mistero della percezione. Non esiste alcun mistero, in realtà, perché quando tutti i centri agiscono come un unico centro, allora diviene lampante come tutto quel che ci circonda è creato da noi, un istante dopo l’altro. E sì, com’era solito dire il Vecchio, “quando vedi, tutto è pieno fino all’orlo”, una metafora usata da chi (con ogni probabilità Castaneda medesimo) ha intuito, ma ancora non c’era arrivato con tutto se stesso.

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2 pensieri su “Il Nagual Juan Matus e il Vedere

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