Danza Folle e Momento Agente

Multiverso

Postulato fondamentale del presente articolo è che il linguaggio sia lo strumento che usiamo per descrivere e, di conseguenza, sostenere la virtualità poiché, tramite il linguaggio, essa è ricreata costantemente.

L’intento di quest’articolo, quindi, è cercare di chiarire, nei limiti del possibile, cosa voglia dire “ricreare la virtualità”, nonché formulare delle ipotesi riguardo al modo con il quale tale ricreazione avviene, individuandone l’origine, l’ampiezza e, di conseguenza, gli eventuali limiti.

Mi scuso fin d’ora con il lettore per quella che potrebbe apparire come una maggiore complessità dello scritto in essere. Del resto, l’argomento trattato lo richiede, non potendo semplificare, oltre un certo limite, concetti obbiettivamente complessi e, di conseguenza, più difficili da trattare.

Immaginate un oceano infinito, una massa d’acqua indistinta, sconfinata, potentissima e in perenne movimento. Ora, immaginate il rubinetto dell’acqua nella cucina di casa vostra. Immaginatelo aperto e con un filo d’acqua che vi scorre attraverso con una forma, un’energia e una direzione definite (discrete, direbbe un matematico).

Ecco, se l’oceano è il potere creativo, il rubinetto della cucina di casa vostra è il linguaggio, di qualunque tipo esso sia … il linguaggio … ma anche il rubinetto … sì perché, in realtà, non è possibile distinguere l’individuo dal linguaggio che usa per descrivere la virtualità.

Ciò che il rubinetto fa rispetto all’acqua che lo attraversa è di conferirle una forma, limitandola spazio-temporalmente rispetto allo stato privo di limiti che essa possedeva un attimo prima. Ora, qualsiasi individuo/linguaggio fa esattamente questo: conferisce una forma a ciò che ne è privo, ponendo limiti ferali all’indifferenziato che, a seguito di quest’azione, diviene qualcosa di definito e delimitato in senso spazio-temporale.

In altri termini, l’infinito perde la sua infinità per acquistare finitezza e, in un unico, incredibile istante, cessa d’essere indescrivibile per divenire totalmente descrivibile e, in questo miracolo continuo e fluente, perde la sua totale comprensibilità. Un attimo prima c’è un’unica, infinita presenza cosciente e tremendamente sola mentre, nell’istante successivo (ma è illusorio perché il tempo non esiste), c’è la scimmia davanti al monolite che si chiede istupidita “e questo che cazzo è?”.

Oppure, il signor Rossi che, davanti alla sua tazza di caffè, silenziosamente lotta per rimanere aggrappato ai propri sogni, perché nonostante abbia gremito la sua vita di oggetti variamente ingombranti come la casa, il mutuo, le tasse universitarie e altre mille assurdità, vi sono momenti durante i quali il suo sguardo si perde nel “mistero dell’esistenza” con la conseguenza che, da uomo umile e consapevole dei propri limiti qual è, trae un profondo sospiro, finisce il caffè e torna a correre … “hop somarello, hop hop!”

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Tutto ciò, si badi, avviene in modo continuo, dinamico, esteso all’interezza dell’individuo/linguaggio, dalle sue regole (metadati), alle conseguenze del suo operare (dati), ossia dalla struttura all’uso della medesima. E, ancora, avviene in entrambe le direzioni: dal soggetto verso l’esterno (output) e viceversa (input).

In sostanza, noi siamo l’espressione autentica, profonda, assoluta del dramma in atto nella Coscienza Creatrice. Ciascuno di noi, quando la mattina apre gli occhi, è Coscienza Creatrice che, per fuggire dalla propria solitudine, entra in uno stato duale per tentare di trovare una soluzione alla Danza Folle.

A ogni risveglio (di nuovo, stavo per scrivere ogni mattina emotic05), il dramma si ripropone, insoluto in ciascuna consapevolezza che la Coscienza Creatrice ha “in atto”. Quante e di quale tipo possano essere queste consapevolezze, non è dato sapere, con ogni probabilità, un numero incalcolabile distribuito in tutti i Multiversi esistenti. Tuttavia e di là da qualunque sogno e illusione che ciascuno di noi può coltivare durante la propria esistenza, il core è solo questo: un singolo, infinito atto, costantemente teso alla soluzione di un problema che, almeno in apparenza, soluzione non ha.

Questa è la Danza Folle. E noi ne siamo i protagonisti, anzi, siamo la sola parte di Coscienza Creatrice che ha la possibilità concreta di realizzare lo Stato Terzo.

Affermo che proprio questo livello di complessità così intensamente analogico e lontano dalla dimensione logica (binaria) alla quale siamo abituati è la dimostrazione più forte del fatto che la nostra intera esperienza duale si svolge nel Qui e Ora. Il problema è che, per l’effetto del sonno nel quale siamo costantemente immersi, non ce ne rendiamo punto conto.

Un sonno generato e reso perenne dalle macchine psichiche che noi stessi abbiamo costruito durante l’esistenza (vedi la Teologia della Liberazione e Il Filo del Rasoio) e che maschera totalmente l’esperienza, restituendone una dimensione falsata, assai simile a quella descritta da Platone nella famosa caverna.

Le macchine, infatti, rendono il centro mentale talmente pesante e lento da impedire all’individuo/linguaggio di vedere che l’intera esperienza appartiene in modo nativo al suo centro emozionale (in effetti, questo sarebbe il primo, autentico passo verso la percezione del Qui e Ora, ossia il modo con il quale la Coscienza Creatrice, in forma d’entità separata, semplicemente si manifesta).

Lo schema di massima è quello già indicato nella Teoria dei Campi Psichici.

Schema di verbalizzazione del flusso di potere proveniente da Keter
Verbalizzazione del potere creativo

Secondo questo schema, l’io osservatore è schiacciato dalle macchine (concrezioni neurali) nella parte superiore e logica del brain (in termini fisici, nella corteccia prefrontale), dove passa l’intera esistenza generando Dialogo Interno (DI), totalmente dimentico del fatto che, in realtà, individuo e linguaggio sono un unico e inestricabile Momento Agente (MA) e, soprattutto, che tale Momento agisce nel Qui e Ora. Per schematizzare:

Individuo + Linguaggio = Momento Agente

Molto bene, c’è questo nuovo oggetto che si chiama Momento Agente e che può essere descritto come una macchina che svolge uno specifico lavoro: dare forma all’indefinito. Per far tornare i conti con la mente logica, quindi, un MA deve … vestirsi in un certo modo. In altre parole, deve presentarsi come un sistema assiomatico che, nel linguaggio della logica formale, significa dotato di:

  • Coerenza (non è possibile trarre dal sistema due teoremi contraddittori);
  • Indipendenza degli assiomi (un assioma non può essere dedotto dagli altri assiomi);
  • Completezza (è possibile dimostrare, partendo dai suoi assiomi, la verità o falsità di ogni proposizione).

In altre parole e per non farci prendere troppo la mano dalla logica formale, un MA deve essere auto-esplicativo e bastare a se stesso poiché, a prescindere da qualunque altra considerazione, un MA per essere tale deve avere prima stabilito i limiti che lo definiscono e dentro i quali, di conseguenza, agisce. Ora e a sua volta, questo è definibile come un processo di assiomatizzazione, ossia di delimitazione dello spazio-tempo grazie all’imposizione di limiti assoluti oltre i quali non è lecito andare. La velocità della luce, ad esempio, è un assioma del sistema poiché stabilisce un limite invalicabile rispetto alla velocità alla quale possono spostarsi gli oggetti fisici all’interno del sistema stesso. Altresì, nel mondo pre-galileiano, la terra era fissa al centro dell’universo e tutti gli oggetti visibili nel cielo ruotavano intorno ad essa. Il sistema era più piccolo, ma le conseguenze le medesime: perfetta descrivibilità di “tutto quel che c’è”.

Quindi, tutto ciò che è all’interno del perimetro imposto dall’assiomatizzazione, esiste e, di conseguenza, può essere contato, catalogato, in una parola: descritto. Tutto ciò che è all’esterno, non esiste. In realtà, all’esterno c’è l’infinito (il Nulla) ma, proprio perché trattasi di qualcosa che non può essere descritto, per un Momento Agente, semplicemente, non esiste.

Il problema, però, è che tutti questi bellissimi propositi, se è vero che hanno retto per moltissimo tempo restituendo a ciascun MA la certezza della coerenza del sistema, a un certo punto hanno preso a vacillare e, alla fine, sono crollati. E ciò per l’effetto di alcuni, importantissimi sotto-linguaggi (segnatamente, quello matematico) i quali, non potendo per la loro natura rifiutarsi di trattare taluni oggetti mortalmente pericolosi come lo zero e l’infinito, hanno generato nel sistema un debito insanabile fatto di paradossi e antinomie.

Paradossi e antinomie ignorati per un paio di millenni ma che, per una notissima legge psicologica, una volta rimossi hanno continuato a crescere nell’inconscio collettivo sotto forma di mostri logici dotati di una devastante forza distruttiva.

Si consideri la celebre Antinomia del Mentitore, realizzata dalla seguente proposizione:

Questa frase è falsa.

A prescindere dal fatto che si consideri la proposizione vera, oppure falsa, il risultato è comunque un loop logico. Qualcosa che, se sufficientemente potenziato, potrebbe portare un Momento Agente oltre i propri limiti, lasciandolo in balìa dell’indescrivibile infinito e della conseguente minaccia d’implosione (crash).

L’antinomia suddetta, però e almeno in questa forma (che può essere fatta risalire a Epimenide di Creta, vissuto nel VI secolo a.c.) resta ancora, almeno sotto l’aspetto semantico, relativamente oscura e, per questo, ben gestibile dall’oblio (e, in effetti, resta sotto traccia per 2500 anni).

Nel 1913, però, il medesimo paradosso è brillantemente riformulato da Philip Jourdain in questo modo:

“la frase seguente è falsa”

“la frase precedente è vera”.

Il loop, qui, diviene talmente trasparente da essere del tutto ingestibile e, di conseguenza, realmente pericoloso perché, negando la coerenza del sistema, porta il Momento Agente proprio a ridosso della consapevolezza che il sistema stesso, poiché assiomatico e convenzionale, rende sì ogni cosa descrivibile ma ne impedisce la comprensione. E questo non tanto per improbabili ragionamenti sull’Uno e la Dualità, perché all’uomo comune di queste astruse categorie filosofiche non gliene importa un fico.

Piuttosto, perché l’antinomia, palesando in modo inequivocabile la convenzionalità dell’intero sistema, coinvolge in tale valutazione ogni suo elemento e, in specifico, tutti i costituenti fondamentali della descrizione razionale, con particolare riguardo agli oggetti più pesanti come, ad esempio, la verità e la menzogna. In buona sostanza, è un ragionamento brutalmente logico e consequenziale a scaraventare il centro mentale dell’uomo comune proprio nel mezzo della consapevolezza che l’intero sistema, in realtà, è nulla più di una frottola colossale. E, infatti, il novecento diviene il teatro della fine perché, a questo punto, il re è nudo.

Verità e menzogna sono prive di valore assoluto, poiché sono solo convenzioni (in extrema ratio, assiomi) del sistema adottato da un Momento Agente al fine di assicurarsi una descrizione coerente (chi ha letto Quantum Jump, dovrebbe poter vedere la mano del rettile dietro questo tipo di preoccupazione). Va da sé che, divelte simili colonne, l’intero sistema non può che crollare perché, a quel punto, la coerenza è andata a farsi benedire.

La questione, poi, diviene molto interessante se considerata dal lato psicodinamico giacché ogni MA ha, da sempre, poggiato pesantemente la sua azione su due aspetti piuttosto “oscuri” del linguaggio.

Il primo è la capacità d’ogni linguaggio di ripetere pattern sempre uguali a se stessi (macchina di Turing). Ora, questa sembrerebbe una cosa buona, tanto che l’intero linguaggio informatico è stato costruito su questo paradigma. Tuttavia e come per ogni medaglia, esiste l’altro lato della questione, la parte oscura, appunto, la quale deriva dal fatto che la ripetizione banalizza l’atto percettivo, rendendo ovvio agli occhi dell’osservatore ciò che non lo è per niente. Dare un nome a un oggetto, ad esempio, è un atto che taglia alla radice qualsiasi tipo di retro pensiero rispetto alla reale natura dell’atto percettivo.

“Quello è un albero”.

“ Ti ho detto che è un albero”.

“Si può sapere cos’altro ti serve?”

In altre parole, noi, in ogni istante della nostra vita, trattiamo il mistero della percezione come qualcosa di banale, di acquisito, di ovvio … mentre di ovvio non c’è davvero nulla. Guardiamo un albero dando per scontata la sua esistenza perché qualche dio o il Caso l’ha messo lì e noi, sempre casualmente, adesso lo stiamo osservando e, soprattutto, abbiamo potere su di esso perché ne conosciamo il nome.

Di quanta ingiustificabile, intollerabile inconsapevolezza e codardia siamo capaci.

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Il secondo aspetto oscuro del linguaggio è l’inerzia propria di ciascuna, specifica descrizione. Se costruisco una sedia, quell’oggetto continua a esistere nello spazio-tempo grazie a un’inerzia variamente importante (che può dipendere dal materiale usato per costruirla, nonché dall’ambiente nel quale è disposta, così come da altre variabili eventuali ma, in fin dei conti, tutte conosciute e/o conoscibili) e ciò consolida in modo feroce una visione oggettiva della virtualità poiché “quella sedia l’ho fatta io e, perbacco, ti ci puoi sedere!”.

Le descrizioni reiterabili e dotate d’inerzia, quindi, hanno sostenuto per millenni la convinzione che categorie quali verità e menzogna (così come bene e male) potessero essere poste su un piano di assolutezza, ma ciò solo sino a quando qualcuno non ha urlato la nudità del re. Da quell’istante, infatti, niente è più andato per il verso giusto e l’intero impianto è venuto giù.

Intendiamoci, il Momento Agente non ha cessato per questo di ricreare continuamente la virtualità. Solo che adesso lo sta facendo in modo particolarmente confuso e distruttivo giacché ciò che è andato perduto per sempre è l’architettura che per millenni ha costretto ciascun MA dentro gli atroci limiti dettati dalla coazione a sopravvivere. La stessa che ha assicurato l’uniformità percettiva necessaria a mantenere tranquillo il rettile e che ha portato l’umanità al capolinea.

Uscire da questa dimensione così fortemente limitata (in primis dalla velocità della luce), all’interno della quale la consapevolezza non potrebbe comunque mai andare oltre il sistema solare è, se volete, il senso di questo Terzo Millennio.

Liberando il Momento Agente dalla tirannia del rettile (uccidendolo, ovviamente) e lasciando per sempre il piano fisico.

So, let’s go!

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2 thoughts on “Danza Folle e Momento Agente

    1. Un assioma (o postulato) è un enunciato che, pur non essendo stato dimostrato, è considerati vero. Ogni altra informazione relativa alla struttura del sistema assiomatico può essere derivata dagli assioni fondamentali i quali, restano i soli elementi non dimostrati e non derivabili. Ad esempio, se costruisco un sistema fondato sull’assioma che due rette parallele non s’incontrano mai (se non nel punto all’infinito), faccio un’affermazione non dimostrabile che, tuttavia, è ritenuta vera e, su questo costruisco tutto il resto.

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