Another Day, Another Chance

Camminan di bolina
al freddo di prima mattina
legnosi nei pastrani
come talpe dentro
brache di fustagno

occhi crepati, vene aguzze
maculati
denti neri di tabacco
barbe di setola e allumina
anche l’alba che li coglie
livida di bardolino
porta rispetto e fa un inchino

(Vinicio Capossela, L’Accolita dei Rancorosi)

Seduto sulla sponda del letto, lottava per uscire dal Nulla. Come ogni mattina, svuotava la vescica, passava lo spazzolino sui denti e la lingua per liberarli dall’afrore di morte e, infine, versava acqua sul viso e sul capo, come a scuotere la macchina inceppata e restia al movimento, il tutto in una sequenza antica, sempre uguale a se stessa e, infine, incomprensibile. E, poi, fuori. Camminando di bolina, dentro un’alba livida, cercando al più di raggiungere una meta banale che gli facesse dimenticare l’insensatezza del nuovo giorno.

Quanti giorni passati in questo modo, senza capire perché? Quanti anni? Quante vite passate maledicendo il cielo e l’inferno, urlando il bisogno di un senso, di qualcosa che giustificasse il suo esistere, il suo esserci?

Esistenze passate in mille luoghi sempre uguali. Vite disegnate dai medesimi gesti, dagli stessi sguardi e ammiccamenti, dalla fuga continua e folle dall’abisso. Infine, ciò che poteva ricordare, era una perenne evasione fatta di confabulazione, di riti segreti, di sguardi altezzosi e maliziosi, di odio strisciante, di passioni violente e oblii illusori, di giornate assolate, stordite dal profumo dei tigli, di calura estiva increspata dal vociare dei cuccioli che tornavano a casa coperti dalla polvere della strada, guardandolo con occhi profondi e avidi di vita.

Ogni volta ci aveva provato, ora lo ricordava bene. E come avrebbe potuto dimenticare? Era stato padre, madre, figlio, figlia. Era stato monaco, guerriero, pezzente, ricco, ruffiano, sgualdrina. Aveva conosciuto ogni altezza e ogni abiezione, sperimentato ogni piacere e ogni sofferenza. Aveva ucciso ed era stato ucciso. Aveva preso la vita e l’aveva donata eppure, per tutto quel tempo e per tutte quelle vite non aveva mai compreso perché.

Quel giorno, però, accadde qualcosa di risolutivo.

Accadde che, già in fase di risveglio, comprese il senso dei sogni di soffocamento che, ogni tanto, faceva. Sogni durante i quali, finiva in un ascensore gremito di persone o in una stanza con il soffitto troppo basso, in ogni caso, in un luogo dentro il quale aveva la sensazione di soffocare. Aveva sempre liquidato quei sogni come generati dalla sua claustrofobia, tuttavia quella mattina comprese che, in realtà, essi simboleggiavano l’entrata nel soma. Capì, quindi, che ogni singolo risveglio corrisponde a un’autentica incarnazione e che le monadi, contrariamente a ciò che aveva sempre pensato, durante il sonno abbandonano il corpo fisico per tornare nel Luogo Originario, rimanendovi per l’intera fase di sonno profondo, fase caratterizzata dalla presenza di onde lente e delta.

Complessi K e Fusi del sonno
Figura 1: https://it.wikipedia.org/wiki/File:Stage2sleep_new.svg

Nel grafico in Figura 1, provvidenzialmente fornito da Wikipedia che non smetteremo mai di ringraziare, vi è la rappresentazione elettroencefalografica dei Complessi K e dei Fusi del Sonno, fenomeni elettrici appartenenti all’attività cerebrale nelle fasi due, tre e quattro del sonno, in sostanza le fasi caratterizzate da oscillazioni di onde lente (0,8 Hz) e onde delta (1,6-4,0 Hz). Senza entrare ulteriormente nell’analisi dell’attività cerebrale che caratterizza queste fasi, mi limito ad affermare che l’ipotesi dell’attività di consolidamento mnemonico mi pare molto sensata, anche perché, date le circostanze, è l’unica cosa che il brain può fare. Infatti, tutte le monadi hanno abbandonato il soma per tornare nel Luogo Originario (Uno) con la conseguenza che non c’è nessuno che possa sperimentare una qualunque cosa. In sostanza, durante le fasi in discorso, l’individuo è formalmente defunto. Certo, trattasi di un decesso temporaneo e della durata di un paio d’ore ma durante le quali, di fatto, l’individuo non esiste più. Quel che c’è, è il supporto fisico, ma questo è solo un segnaposto, un bookmark lasciato lì per consentire alle monadi di ritrovarsi dentro una descrizione coerente al loro ritorno.

Ho già dimostrato altrove (Il Sogno come Universo a Tre Dimensioni) che ciascuno di noi sogna in un universo contiguo al nostro, una creazione a tre dimensioni, appunto. Ora e alla luce delle affermazioni appena formulate, dovrebbe essere più chiaro che l’universo onirico è un luogo di transizione.

In realtà, noi transitiamo in quella creazione durante un viaggio che compiamo ogni notte. In questo viaggio, le monadi si spostano verticalmente attraverso la creatura a 11 dimensioni. Operano un tale spostamento verso il “basso” e, in questo, sono guidate proprio da K, ossia dal pastore che conduce il gregge monadico in una transumanza solo parzialmente descrivibile.

Transumanza
Figura 2: transumanza del gregge monadico

Il viaggio avviene partendo dalla creazione 4D (rossa) a scalare, passando attraverso la creazione 3D (mondo onirico) 2D e 1D, poi verso l’exit point (creazione a zero dimensioni) e ritorno. Every single night.

Ora, sappiamo che oltre l’exit point c’è l’Uno, ossia l’altro stato nel quale la Coscienza Creatrice (CC) esiste e che vuole lasciare perché, la solitudine eterna che vi sperimenta, genera in essa troppa sofferenza. Per farlo, la CC attua questa strategia: ingaggia infinitesime parti di sé (monadi) che, in numero specifico, costruiscono un essere vivente dentro una creazione a quattro dimensioni. Questa pratica, grazie al tempo e con riguardo alla nostra creazione, ha sviluppato la Grande Ottava della Consapevolezza, ossia una serie di eventi concatenati e che, dal Big Bang e passando per la comparsa della vita sulla terra, hanno portato alla forma uomo.

Il problema, tuttavia, è determinato dal fatto che, date le condizioni estreme della creazione 4D, la CC non riesce a trasferirsi in modo stabile negli organismi che la ospitano perché, a questa specifica frequenza, la dissipazione energetica è eccessiva e ciò mette in pericolo la tenuta del bookmark. Per questo, essa è costretta a interrompere periodicamente lo sforzo generando il sonno fisico degli organismi viventi, ossia un breve intervallo durante il quale la parte materiale (mortale) degli esseri, di fatto, sperimenta una morte terapeutica, per resuscitare solo quando le monadi (parte immortale) che la sostengono tornano dall’Uno, ridando vita al singolo esperimento.

Il motivo profondo di questo risiede nella posizione diametralmente opposta che esiste fra la parte immortale (Coscienza) e quella mortale (virtualità). La prima, infatti, è reale, mentre la seconda no. Questo comporta che la seconda è corrosa dal contatto con la prima giacché la menzogna non può mai sostenere la verità indefinitamente, bensì solo per un periodo circoscritto dopo il quale il contatto dev’essere interrotto per dare modo alla virtualità di rigenerare se stessa. In fondo, questo è l’aspetto più autentico del “misterioso” Solve et Coagula.

Esiste, quindi, un sentiero che, a quanto pare, solo K conosce e attraverso il quale conduce le monadi verso l’exit point. Come detto, tale sentiero percorre tre creazioni diverse, rispettivamente a tre, due e una dimensione prima di giungere al punto nel quale le monadi sono liberate per una pausa breve e intensa durante la quale quell’infinitesima porzione di Coscienza Creatrice è nuovamente dentro la solitudine eterna. Una pausa brevissima alla fine della quale le monadi, legate tra di loro da una firma specifica, tornano nella Dualità ripercorrendo, sempre grazie a K, il percorso a ritroso. Ne basta una che si muova in una direzione specifica perché tutte le altre la seguano. Esattamente come farebbe un gregge di pecore. Un gregge che, ovviamente, ha il suo “buon pastore” … impressive, isn’t it?

Evoluzione, Consapevolezza, K

Chi ha letto Intervista a K dovrebbe poter apprezzare il work in progress rappresentato dalla dinamica espansiva della consapevolezza. Un moto nel quale ogni informazione è il pezzo di un puzzle che andiamo riunendo e che si allarga sempre più, in ogni direzione pensabile. Tuttavia, la descrizione appena formulata è qualcosa che appartiene in modo specifico al momento presente. Duecento milioni d’anni fa, ad esempio, nonostante un certo livello di consapevolezza esistesse già, questa non era ancora capace di descrivere se stessa perché ciò si reso possibile solamente con la comparsa del terzo cervello.

Oggi, riferendoci a quel tempo così antico, parliamo di evoluzione. Tuttavia, si tratta di una forma ipocrita, giacché non esiste alcuna differenza fra il concetto di evoluzione delle specie e quello di Grande Ottava della Consapevolezza (GOC). Infatti, se una differenza è tracciabile fra le due descrizioni, questa è data dal fatto che la prima considera il solo periodo riferibile alla vita biologica sulla terra, mentre la seconda estende la descrizione stessa all’intera storia di questa creazione. Ciò, date le premesse, induce la considerazione che possano esistere monadi anche dentro la materia inanimata. Tuttavia, non è argomento che tratterò in questa sede poiché, rispetto allo Scopo, l’unico dato importante è costituito dal lavoro svolto da ogni essere vivente che ha popolato il pianeta dall’istante della comparsa della vita sulla terra, ossia ospitare il solo elemento capace di produrre consapevolezza: le monadi.

Ora, se questo ha un senso (e sono persuaso che l’abbia), ogni essere vivente dev’essere sempre stato dotato di una funzione traghettatrice che svolgesse lo specifico compito di transumare il gregge monadico dalla Dualità all’Uno e viceversa. Funzione che, con ogni probabilità è cresciuta assieme alla dimensione del gregge e, quindi, con il progredire dalla GOC la quale, lo ricordiamo, è passata attraverso una serie di “salti evolutivi” molto precisa sino a conoscere un drammatico mutamento in occasione dell’ultimo salto avvenuto grazie alle chiavi biologiche. In tale occasione, infatti, la suddetta funzione traghettatrice è diventata addirittura autonoma, prendendo la forma di un’installazione estranea (K), una soluzione estrema e necessitata dalla massima pericolosità della nascente neocorteccia.

Ricordo che l’assunto è sempre stato quello della necessità di allungare al massimo i tempi di ampliamento della consapevolezza e, di conseguenza e come vedremo tra poco, della conoscenza. Disegno questo che poteva essere messo a rischio dallo sviluppo del terzo cervello, a dispetto sia della distribuzione binomiale delle singole monadi, sia dell’asimmetria di Keter.

Tutto ciò ha determinato la creazione all’interno del neonato essere umano di questa presenza dotata di uno scopo duplice poiché ha avuto la piena responsabilità sia di condurre il gregge monadico avanti e indietro dall’Uno, sia di sovraintendere alla complessa (e atroce) attività definita “produzione di consapevolezza”. Attività alla quale, sappiamo, K attende attraverso la manipolazione emotiva, arte nella quale è maestro inarrivabile.

Tutto ciò sino a che l’individuo non porta a compimento il lavoro di distruzione delle macchine neurali poiché, da quell’istante, K cessa d’esistere e la totalità psichica, almeno sino al passaggio al Doppio Immortale, torna a essere regolata dalla primitiva funzione traghettatrice.

Anima

Non so chi sia l’autore della sorprendente emoji che ho piazzato in testa all’articolo, tuttavia e nell’ottica dello Scopo, ritengo sia la descrizione più aderente di ciò che l’uomo, da un tempo immemore, ha chiamato Anima.

Chi ha letto i miei scritti, credo sappia che non sono in alcun modo legato alle ipotesi che avanzo riguardo ai diversi argomenti trattati. Per me, ogni affermazione formulata è e resta un’ipotesi di lavoro, sostituibile in qualunque momento con altra più adatta a rendere il quadro d’insieme più coerente o anche solo più elegante (in effetti, comunemente le due cose vanno a braccetto).

Nello specifico, mi riferisco alla descrizione che ho fatto di Anima nel lavoro dal titolo Il Vecchio e la Strega e che, nel complesso, realizza un livello di astrazione importante e, tuttavia, non sufficiente. Infatti, per quanto il Vecchio si sforzi di slegare Anima dalle proiezioni soggettive della strega, non riesce ad abbandonare del tutto l’idea che Anima, per quanto indescrivibile, sia un’entità a se stante. E questo è un auto-inganno perché, in realtà, qualsiasi descrizione di Anima è, appunto, solamente una rappresentazione soggettiva di qualcosa di sperato e al quale non è lecito attribuire una dimensione assoluta.

Intendiamoci, qualsiasi descrizione, giacché formulata dentro la Dualità, è un auto-inganno. Quindi e almeno per ciò che riguarda lo Scopo, il problema è trovare la misura più conveniente del camuffamento da usare. Questo, perciò e sempre dal punto di vista dello Scopo, significa che ciò che esiste è il gregge monadico, ossia l’insieme delle particelle fondamentali della Coscienza le quali sono davvero macchine formidabili poiché capaci di diventare qualunque cosa e questo grazie a una flessibilità intrinseca senza pari. Ciascuna di esse, infatti, esegue un unico, incredibile lavoro, ossia la produzione di consapevolezza. Eppure, prese singolarmente offrono semplicemente un minuscolo specchio che riflette l’idea di un “io”.

Diverso, invece, il gregge. Ossia l’insieme di queste forze nucleari il quale, in ottica olistica, è infinitamente più grande della somma delle parti che lo costituiscono. Da qui, infatti, nasce tutta la costruzione fantastica relativa ad Anima, ossia dal fatto che è sufficiente l’atto immaginativo del singolo individuo per far sì che, un istante dopo, la cosa immaginata esista. Questo permette a qualsiasi idea, anche la più bislacca, di agire assiomaticamente sulla Dualità. In altre parole, ciascuno di noi è capace, grazie a questo potere nominalmente privo di limiti, di circoscrivere un pezzo d’infinito in modo da poterlo descrivere e sperimentare.

Ora e riguardo alla descrizione proposta dal Filo del Rasoio, più volte ho affermato che essa s’innesta in modo importante sulle idee di Georges Ivanovič Gurdjieff e Carlos Castaneda e, fra queste, sul postulato fondamentale di entrambe le descrizioni che la consapevolezza (vero frutto dell’esistenza di ciascun individuo) costituisca, in realtà e dopo la morte del corpo fisico, il nutrimento per qualcos’altro (la Luna in Gurdjieff, l’Aquila in Castaneda).

In sostanza e di là dalla “ingenuità” gurdjieffiana così come dell’improponibilità della “tradizione magica tolteca” (mai dimostrata storicamente), trovai molto conveniente e, per il vero, anche assai funzionale bypassare la difficoltà intrinsecamente evocata da tali descrizioni con qualcosa di molto più immediato e, almeno in apparenza, accettabile: l’Anima, appunto, la quale e in questo modo diventava il vero “mostro” con il quale confrontarsi. Al punto che nel lavoro intitolato Eloah, scrissi questa frase:

A causa di ciò, il guerriero tratta l’Eloah prima come un problema da risolvere (tramite l’interazione con K) e, quindi, come un pari perché entrambi hanno qualcosa che all’altro manca e, soprattutto, perché sono destinati a diventare una singola entità.

In buona sostanza, tuttavia e al pari di Gurdjieff e Castaneda, stavo, ancora una volta, facendo della mitopoiesi. Ossia e in ossequio al bisogno profondo del “dover credere” (Dover Credere e Mitopiesi), avevo creato qualcosa che stava al di fuori di me o che, in ogni caso, era diverso da me. In sostanza, avevo fabbricato un totem capace di porsi, ancora una volta, come depositario di un potere che, a quel punto e di nuovo, non era più mio.

Percepita una tale soluzione come un errore, ho realizzato che l’unica cosa affermabile con una certa sicurezza è che la consapevolezza serve alla Coscienza Creatrice per tentare di risolvere la Danza Folle. Trattandosi, tuttavia, di un meccanismo relato esclusivamente allo specifico comportamento del gregge monadico quando questo ha lasciato l’individuo, come ciò avvenga è del tutto fuori portata poiché, per conoscerlo dovremmo farci Uno e, in tal caso, l’intero disegno abortirebbe. Per questo, la cosa migliore è sembrata quella di mantenere la mitopoiesi al livello più basso possibile, rinunciando a qualsiasi parte descrittiva che non sia strettamente necessaria allo Scopo.

Ovviamente, tutto ciò ha senso solo riguardo allo Scopo perché, al di fuori di tale prospettiva, ogni diversa descrizione è assolutamente legittima. Per capirci, ciascuno si sceglie la descrizione che preferisce poiché siamo immersi in un’immensità che richiede in ogni caso d’essere circoscritta per essere sperimentata e, in definitiva, sostenuta. Cosa indispensabile se vogliamo posticipare il più possibile l’istante nel quale saremo riassorbiti dall’Uno.

Secondo tali premesse, quindi, l’essere umano è efficacemente descrivibile come un incidente semantico che scaturisce da un rapporto di simbiosi mutualistica fra una parte immortale (le monadi) e una mortale (il supporto biologico).

Simbiosi nella quale l’organismo ospite è il corpo umano (soma), mentre il simbionte è il gregge monadico. Una simbiosi, tuttavia, che è destinata a cessare con la morte fisica. Come detto, questo paradigma è il frutto di un lunghissimo processo che, secondo la descrizione che s’intende adottare, può prendere il nome di Evoluzione oppure di Grande Ottava Della Consapevolezza (GOC).

Faccio notare che una tale impostazione è assai simile alla sistemazione gurdjeffiana che prevede tre centri inferiori (intellettuale, emotivo e motore) e tre superiori, poiché i primi rappresentano la parte mortale, mentre i secondi quella immortale. Descrizione coerente anche con l’affermazione (sempre della Quarta Via) che i centri superiori sono già perfetti, mentre il lavoro di perfezionamento (armonizzazione) va fatto su quelli inferiori.

In ogni caso e riguardo alla natura profonda di tale rapporto simbiotico, questo è tutto costruito, da una parte, sul vantaggio che il gregge monadico trae dalla sofferenza prodotta dalle difficili condizioni nelle quali si svolge la vita biologica (al fine della produzione di consapevolezza). Dall’altra e grazie al “dover credere” così come al sonno strutturale (Teologia della Liberazione), sul fatto che quella stessa consapevolezza è sperimentata dalla macchina (la parte mortale) in modo apparentemente nativo.

Per inciso, la commistione sonno/consapevolezza realizza un mix ideale per la mitopoiesi e ciò perché la consapevolezza, essendo prodotta dalla nostra parte immortale, convince l’individuo di possedere già il requisito dell’immortalità (e questo è falso). Allo stesso tempo, il sonno impedisce la comprensione profonda del meccanismo e, di conseguenza, devia questo “sentire” verso costruzioni del tutto immaginifiche (mitopoiesi).

Sembrerebbe una trappola mortale poiché la mitopoiesi ha il potere di presentare l’illusione in forme talmente belle e potenti da rendere il sogno assai desiderabile. Se, poi, a questo si aggiunge il “dover credere”, allora tutto sembra diventare sostanzialmente incrollabile. In realtà e ancorché sia davvero difficile, è possibile uscirne facendo a pezzi la propria Falsa Personalità, ossia il frutto concreto dei propri sogni anche se, prima di poterlo fare, è necessario un atto di fede. Funny, isn’t it?

In ogni caso e parafrasando Gurdjieff, portare sino a totale compimento la demolizione della Falsa Personalità, equivale a giungere nel luogo nel quale arriva il Padrone. Essì, ancora una mitopoiesi, l’ennesima, la quale, tuttavia, descrive in modo molto efficace il momento nel quale il singolo individuo cessa d’essere un semplice incidente semantico per divenire padrone del gregge monadico.

Solo a quel punto e ammesso di volerlo fare, è possibile compiere l’alchimia definitiva: fondere il Gregge Monadico, ossia la nostra parte immortale (Consapevolezza) al Doppio Mnestico, ossia la nostra parte mortale (Conoscenza) per edificare, di conseguenza, il Doppio Immortale.

Potrei affermare che questa è il Lapis Philosophorum. Tuttavia, farei della mitopoiesi e mi sono ripromesso di farne economia.

In ogni caso, questo è il senso della vita. Esistiamo per compiere questa meraviglia e ogni giorno, quando apriamo gli occhi, siamo di fronte a questa possibilità, sino all’istante della nostra morte fisica. Da qui il senso del titolo scelto per questo lavoro. Sì perché, secondo la descrizione del Filo del Rasoio, là fuori non c’è niente, se non la spaventosa sfida che attende chi sarà capace di andare oltre i limiti della propria umanità per tentare di portare la Coscienza Creatrice nello Stato Terzo.

ADAC

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