Gli Immortali – Viaggio Dimensionale

Guerriero di Capestrano
  1. Gli Immortali
  2. La Quinta Dimensione
  3. La Grance Ottava della Consapevolezza
  4. Il Distacco
  5. Microcosmo
  6. Keter
  7. Connettività

Questa è una breve descrizione del viaggio fra le dimensioni, di come avviene e di cos’è in essenza. Ne è fornita, come esempio, anche la parziale descrizione del nostro primo viaggio, probabilmente quello più pericoloso che abbiamo mai intrapreso.

Il Promontorio

Siamo quattro e, quando raggiungiamo il Promontorio, è il tramonto. Ci piace molto la luce del crepuscolo perché è carica di potere e consapevolezza e forma una fantastica fessura fra i mondi. Il Vecchio Nagual c’insegnò che il tramonto apre una porta fra i mondi. Tuttavia, su Gaia, abbiamo imparato che, in realtà, le porte sono due.

Due fenditure che si formano nel Doppio della madre, la prima all’alba e la seconda al tramonto e che gli Immortali sfruttano per viaggiare. Scegliere la prima piuttosto della seconda è un fatto strettamente legato all’essenza dei viaggiatori e al loro livello di consapevolezza.

L’alba è frizzante, mobile, carica di attese. I suoi colori sono giovani, a volte ingenui e, tuttavia, capaci di spingere i viaggiatori su percorsi intensi e brevi che li portano sulla superficie dei mondi da esplorare. Durante questi spostamenti, i viaggiatori conoscono il volto esposto di queste creazioni e, al loro ritorno, narrano delle strutture e delle forme attraverso le quali si manifesta la consapevolezza in quei mondi.

Il tramonto è profondo, antico, i suoi colori sono caldi, vanno dall’oro splendente al blu più scuro e disegnano un passaggio che prende il nome di Cobalto Crepuscolare e che spinge i viaggiatori nelle profondità più recondite e potenti delle creazioni. Così e al loro ritorno, costoro narrano dell’essenza dei mondi, ossia delle “forme coscienti” che li fondano e, di conseguenza, del perché sono fatti in un certo modo.

Il Promontorio è il luogo dal quale partono e al quale arrivano tutte missioni che gli Immortali compiono al fine di perseguire lo Scopo.

Abbiamo scelto un luogo preciso che diventasse il simbolo del viaggio dimensionale, per una ragione specifica. Infatti, considerati gli eccezionali spostamenti percettivi necessari per viaggiare fra le dimensioni, l’esigenza primaria è stata di avere, come punto di partenza e di arrivo, un luogo conosciuto, molto caratterizzato e il più stabile possibile. Questo perché più ci si sposta lontano attraverso lo psico-network (in senso quantitativo e qualitativo), più la scossa percettiva che si riceve è importante e il tempo necessario al singolo viaggiatore per ritrovare misura e senso è lungo.

Spesso accade che i singoli viaggiatori, una volta tornati e dopo aver adempiuto il dovere di riferire al Comitato, cadano in silenzi lunghissimi. Da questi silenzi, i viaggiatori escono sempre cambiati, a volte anche in misura talmente pronunciata da apparire individui diversi da quelli che erano stati prima del viaggio. Ciò è conseguenza inevitabile del fatto che, per viaggiare, il singolo individuo deve annullarsi per diventare la forma di consapevolezza coerente con il mondo che sta visitando.

In effetti, quella che ho appena descritto è l’essenza più profonda e autentica del viaggio dimensionale, il suo scopo, ossia la modificazione progressiva del viaggiatore al fine di trasformarlo, con il tempo, in un essere a undici dimensioni. E una tale trasformazione è un processo lentissimo, che ha appena avuto inizio e che richiede un’assoluta fluidità e una totale assenza di paura.

Ora, più il numero di dimensioni sconosciute aumenta, più il cambiamento richiesto al singolo viaggiatore è drammatico, sino al limite (proprio di questo piano dimensionale) nel quale egli si ritroverà in un mondo 5D ma privo di larghezza, altezza, profondità e tempo. E lì, ammesso e non concesso che in un mondo simile una qualche forma di consapevolezza possa esistere, egli proverà a diventare quella forma consapevole. Solo così, infatti, sarà possibile portare la Grande Ottava della Consapevolezza alla completa conoscenza delle sette dimensioni nascoste. E solo a quel punto sarà possibile portare la GOC oltre il piano di creazioni 5D per raggiungere quello successivo (6D).

Non è dato sapere se qualcuno di noi riuscirà in questa sfida né, tantomeno, quanti di noi arriveranno a tanto. L’unica cosa certa è che qui, nella creazione 5D, questa manovra può essere concretamente messa in atto tramite il viaggio dimensionale (che ne costituisce l’essenza).

In buona sostanza, ciò che facciamo qui è, in qualche modo, paragonabile a ciò che facevano i c.d. inorganici nella creazione 4D. La differenza, se volete, sta tutta nel fatto che quegli esseri, per quanto potessero avere un’esistenza molto lunga, erano comunque mortali e, di conseguenza, erano sospinti dall’ossessione della morte che, sapevano, per loro sarebbe giunta con il passare del tempo.

Anche noi, in ultima analisi e in caso di fallimento, conosceremo la fine, ma lo faremo per scelta. Questo, quindi, disegna una differenza fondamentale giacché, per noi, il motore non è la sopravvivenza, bensì lo Stato Terzo, implicando che il viaggio dimensionale, senza la paura della morte, sia naturalmente più agevole.

Le nostre paure, se volete e laddove esistono, sono diverse e attengono a quanto accennato prima, ossia al fatto che ogni viaggio ci cambia in modo profondo. Infatti, l’ideale al quale ciascuno di noi dovrebbe tendere è l’assenza di qualsiasi cristallizzazione poiché ostacolo reale al viaggio dimensionale. Più siamo cristallizzati, infatti (e una fede religiosa è certamente definibile come una cristallizzazione), meno siamo capaci di spostarci attraverso le dimensioni e, soprattutto, di rimodellarci in forme consapevoli diverse da quella che deriviamo dai ricordi immagazzinati nel Doppio Immortale.

Il problema, quindi, sta proprio in questi ricordi. Ricordi di affetti, principalmente, ma anche di convinzioni variamente radicate che, al momento del salto, erano ancora presenti nell’individuo.

Il meccanismo è piuttosto semplice. Un attaccamento si oppone a qualsiasi cambiamento poiché restituisce un feedback preciso: se cambi, io muoio e se questo accade, tu perdi l’oggetto del tuo desiderio.

Tutto questo innesca inevitabilmente automatismi conosciuti quali, ad esempio, l’idealizzazione del bisogno di un’identità definita e, quindi, il ritorno a logiche proprie della creazione 4D le quali, tuttavia, erano giustificate esclusivamente dalla presenza della morte e, di conseguenza, dalla necessità del mantenimento di una visione coerente di se stessi come strategia fondamentale di sopravvivenza.

Qui e come detto, tutto ciò non ha alcuna giustificazione, essendo alimentato esclusivamente dagli attaccamenti che il singolo non aveva risolto al momento del salto. Il fatto è che non esiste certezza che, chi non l’ha già fatto, riuscirà a risolvere del tutto questo genere di problemi con la conseguenza che la sua capacità di viaggiare e, quindi, di essere utile allo Scopo, ne risentirà inevitabilmente.

L’Edicola

Sul Promontorio, appena prima del Cobalto Crepuscolare (o della Prima Luce, secondo i momenti), vi è l’Edicola. Essa espone il simbolo di Keter e sta lì per marcare simbolicamente il limite estremo di Gaia, la finis terrae. Oltrepassare l’edicola, vuol dire avventurarsi nell’ignoto. Ritrovarla al ritorno del viaggio, significa essere tornati nella casa degli Immortali.

 edicola

La sua forma se, da una parte, è un omaggio alla classicità e, quindi, a una concezione universale di bellezza, ottenuta grazie all’armonia, all’equilibrio e alla proporzione delle forme, dall’altra dichiara la fonte stessa del potere, ossia Keter. Invero, l’Edicola è un simbolo autentico degli Immortali, poiché è l’unione armonica di due universi: quello monadico (Keter) e quello mnestico (il tempio).

Nell’intero Multiverso, l’Edicola esiste solo qui, sul Promontorio. Perciò, quando i viaggiatori la incontrano, sanno, con certezza, dove e quando si trovano. E questo, date le premesse, è di per sé un fatto molto importante.

L’Edicola fissa un punto assoluto nel Multiverso. Una costante, se volete, in uno scenario nel quale l’unico altro dato costante è l’exit point, ossia la creazione a zero dimensioni che, tuttavia, è rifuggita ed esecrata.

Il Viaggio

Davanti all’Edicola, troviamo altri quattro Immortali ad attenderci. Ci salutiamo, scambiandoci sguardi complici e ci predisponiamo al silenzio che sarà il treno del nostro intento.

Vi sono cose che provengono dal sapere degli inorganici che abbiamo conservato. Una di queste è la tendenza alla schematizzazione, ossia alla creazione e al conseguente uso di pattern ripetitivi i quali, per quanto pericolosi perché di facile deriva morbosa, riescono a gestire in modo davvero efficiente la seconda attenzione e, di conseguenza, lo spostamento dei singoli centri attentivi attraverso lo psico-network.

Così, i gruppi di coesione, questo il nome dei gruppi d’individui che affrontano insieme il viaggio dimensionale, sono comunemente espressi da una potenza di “2”. La configurazione più comune è di quattro o otto individui ma, almeno sino ad ora, sono occorsi casi di sedici, trentadue e, anche, sessantaquattro Immortali, secondo la difficoltà che si è supposto incontrare durante lo spostamento percettivo previsto. Il motivo di questa scelta sta nella grande stabilità di tali configurazioni. Per la verità, si tratta solo di trucchi che, tuttavia, funzionano molto bene poiché producono eggregore all’interno delle quali l’energia globale assume le configurazioni più equilibrate. Questo, almeno sino ad ora, ha consentito ai singoli membri dei gruppi di coesione, la gestione di spostamenti percettivi estremi con un elevato margine di sicurezza.

Il problema, infatti, dopo la perdita del rettile e, quindi, dell’enorme gravità propria dei corpi fisici e caratteristica delle creazioni 4D, è quello di supplire a una tale mancanza. Il soma, infatti, agiva al pari di un potentissimo magnete che tendeva ad annullare ogni spostamento percettivo del singolo individuo. Ciò, in 4D, forniva la ragionevole certezza che ogni moto della percezione, per quanto importante, si sarebbe risolto con un ritorno al corpo fisico. Qui, perciò e senza la gravità somatica, la cosa è gestita in modo efficiente tramite queste configurazioni che, grazie alla loro formidabile stabilità energetica, forniscono un riferimento costante ai singoli membri del gruppo, una sorta di “campo base” al quale tornare frequentemente per ritrovare senso e misura, pur restando in missione.

Per l’occasione, quindi, siamo otto e, davanti all’Edicola, formiamo un cerchio, mentre ognuno agisce sul proprio dialogo interno al fine di ridurlo il più possibile. Più il silenzio interiore espande, più il tramonto si accende, sino a che il confine tra dentro e fuori scompare e ciascuno si fonde con il Cobalto Crepuscolare e, un istante dopo, ci ritroviamo in un mondo metallico.

Ho perduto la certezza della mia immortalità? Non capisco. È la quinta dimensione a essere scomparsa? Qualcosa l’ha sostituita? Qualcosa, sì anche se non riesco a capire cosa. Forse, questo colore/sapore di metallo. Cerco i miei compagni, ne vedo uno che mi guarda con gli occhi sbarrati. Ha paura. Ci muoviamo insieme e troviamo gli altri poco distanti da noi, sperduti e impauriti. Ora so che ognuno di loro ha perduto la certezza della propria immortalità e che questo minaccia di schiacciarci tutti.

L’unica cosa che può forse ridare a tutti noi un minimo di senso e di misura è l’eggregora, così li riunisco, chiedendo loro di disporsi secondo i vertici di un ottagono. Senso e misura, solo questo dobbiamo ritrovare adesso. È il nostro primo viaggio dimensionale e i modi con i quali affrontare di rientro sono un’incognita. Sentiamo solo che non possiamo farlo subito perché non c’è nessun varco nel quale potersi infilare per tornare a casa.

Il mondo metallico sembra essere fatto di pura angoscia. In realtà, so che quell’angoscia è solo il frutto della nostra apparente incapacità di penetrare il senso della nuova dimensione. Ci sono le tre dimensioni spaziali e ciascuno di noi avverte il fluire del tempo, ma la dimensione che ha sostituito la quinta è un’incognita atroce che, insieme alla perdita della certezza dell’immortalità, ha tirato un colpo che nessuno di noi è stato capace di parare. Vediamo la luce metallica cambiare mentre stiamo lì, fermi, ai vertici del nostro ottagono e, in lontananza, riusciamo a scorgere forme massicce che sembrano muoversi con un fragore metallico che giunge sino a noi.

Ne sento uno lamentarsi, dice che l’angoscia lo sta uccidendo. Dice che ha la sensazione di sanguinare e che non può farcela a sostenere quella merda. Esorto tutti a non lasciare la posizione perché abbiamo bisogno di tutta la forza che l’eggregora ci può dare. È evidente che non riusciremo ad andare oltre, non durante questa missione, perciò chiedo loro uno sforzo supremo per tornare in silenzio interiore, in attesa che il varco si apra e ci permetta di tornare a casa.

Ci ritroviamo in otto, davanti l’Edicola. Qualcuno è seduto, altri sono sdraiati e nessuno parla. C’è sconcerto, disorientamento, incredulità e, soprattutto, c’è paura. Il trauma della perdita della quinta dimensione è stato troppo forte per tutti noi e, per soprammercato, ha materializzato un incubo: il viaggio in quei mondi nei quali non potremo portare con noi la nostra immortalità. E sono tanti.

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