L’Ultimo Paradigma

Il Sole Arcani Maggiori

Premessa

Esiste la possibilità concreta che la parabola umana sia giunta al suo termine e ciò per una serie di motivi che ho già avuto modo di descrivere altrove. Ora, una simile evenienza comporterebbe un problema, almeno in apparenza, abbastanza complesso e relativo alla necessità di progettare un paradigma percettivo diverso da quello che l’umanità ha adottato dal tempo della sua comparsa sulla Terra e che ne ha caratterizzata la storia, perlomeno quella conosciuta.

Da qui, a mio modo di vedere, nasce il bisogno, almeno per chi non intenda seguire l’umanità in tale, funesto destino, di cambiare radicalmente il modo di pensare noi stessi e il rapporto con ciò che esiste al di fuori di noi, qualsiasi cosa sia. Per tentare questa manovra, quindi, partirò dal cervello, ossia dallo strumento che adoperiamo per percepire il mondo esterno, riprendendo la descrizione della struttura a tre centri (Triade) che lo caratterizza.

L’argomento è già stato parzialmente trattato, ancorché in modo incompleto, in alcuni articoli precedenti (Psicodinamica dei Centri e Visione Olistica, Dover Credere e Mitopoiesi e Danza Folle e Momento Agente). Qui, intendo proporre uno schema più preciso della Triade, mantenendo un angolo di visuale sostanzialmente psicodinamico.  A tale proposito e per brevità d’esposizione, userò gli acronimi CR (Centro Rettile), CE (Centro Emotivo) e CI (Centro Intellettuale).

Cercherò, quindi, di scrivere qualcosa di specifico sulle problematiche d’approccio a questo nuovo paradigma percettivo e, sempre che sia possibile, sul modo di risolvere tale difficoltà.

La Triade

Ciascun individuo è costruito in conformità a uno schema piuttosto semplice: un motore (Keter) che funge da server e che fornisce energia a un sistema di tre utilizzatori (client), i quali compiono un lavoro poiché assorbono potenza e la usano per fare qualcosa. Quest’architettura è determinata dalla filogenesi del nostro cervello, ossia dal modo con il quale si è formato durante l’evoluzione. La conseguenza di ciò è che il flusso di energia vitale promanante da Keter attraversa la Triade entrando dalla parte più antica e, quindi, investendo anzitutto il CR per, poi, spostarsi nel CE e, infine, nel CI.

Come ho affermato altrove, il flusso vitale in uscita da Keter è in uno stato preverbale e, per questo, del tutto indefinito. Questo è l’unico livello duale a essere totalmente preverbale, uno stato nel quale la Coscienza, nonostante sia già divisa, è ancora priva di forma giacché solo con la verbalizzazione potrà acquisirne una.

Nota: questo è il luogo nel quale dimora Dioniso, il dio della vita (e della morte), la cui adorazione portava le baccanti al tremendo rito dello Sparagmòs (σπαραγμός). Durante tale rito, le baccanti divoravano animali vivi (secondo alcuni autori, anche esseri umani, uomini e donne) che rappresentavano il dio stesso (Mircea Eliade). La nota vuole rimarcare come, a questo livello, il piano morale sia del tutto assente e ciò a motivo della totale indeterminatezza del potere creativo.

In buona sostanza, qui il potere creativo è privo di limiti e, in effetti, può diventare qualunque cosa. Questo stato, però, dura solo un brevissimo istante perché, come il flusso investe il brain, il processo creativo è compiuto in modo istantaneo grazie alla verbalizzazione del flusso medesimo. Verbalizzazione operata da ciascun centro interessato e che, quindi, avviene in tre momenti. Ogni centro, infatti, è portatore di un proprio, peculiare linguaggio il quale produce una verbalizzazione specifica. E, così, avremo una verbalizzazione istintiva (CR) che produce, oltre ai due istinti fondamentali della sopravvivenza e della riproduzione, ogni altro istinto conosciuto e descritto dalla letteratura; una verbalizzazione emotiva che produce empatia, oltre a tutte le emozioni conosciute e, infine, una verbalizzazione logica, ossia un linguaggio scritto e parlato il quale ha l’unico scopo di produrre consapevolezza (il Sé).

All’interno della Triade esiste, pertanto e almeno a livello teorico, una suddivisione del lavoro molto precisa e che è possibile rendere graficamente nel seguente modo:

psicogenesi-dei-tre-cervelli

Lo schema rappresenta il flusso del potere creativo, partendo dalla fonte (Keter) e sino alla sua conclusione: il Sé che, come detto, è misurato in termini di consapevolezza. Nella sostanza, quindi, il processo creativo si compie, anzitutto, a livello del CR, quindi, del CE e solo in ultima istanza è dato l’intervento del CI. Questo, tra l’altro e in prospettiva evoluzionistica, offre un quadro davvero stupefacente.

Grazie al CR e alla verbalizzazione istintiva, infatti, la Coscienza modella il mondo selvaggio del Triassico superiore, un ambiente privo d’empatia, fatto di foreste immense con alberi giganteschi e popolato da sauri colossali. Un mondo di pura struttura e privo di calore che cresce e si sviluppa per oltre duecento milioni d’anni, sino all’estinzione dei rettili avvenuta 65,7 milioni d’anni fa. Si tratta della c.d. estinzione di massa avvenuta nel Cretaceo-Paleocene che si pensa sia stata innescata da un impatto astronomico come la collisione di un grosso meteorite, di un asteroide o di una cometa. Di fatto, quel mondo aveva del tutto esaurito la propria funzione e, come tutte le cose divenute inutili, doveva essere spazzato via. Come, in effetti, avvenne.

Secondo quanto scoperto sino ad ora, dopo l’estinzione di massa dei rettili (che, tuttavia, in parte sopravvivono perlopiù sotto forma di uccelli, ossia “fanno spazio”, togliendosi dalla superficie per spostarsi nei cieli) i mammiferi danno luogo alla c.d. radiazione adattativa, una rapidissima diversificazione di forme e dimensioni, che corrisponde allo sviluppo del secondo centro (CE). Così, la Coscienza, sfruttando la possente struttura modellata durante l’imperio dei rettili, grazie alla verbalizzazione emotiva crea il calore del sangue e, di conseguenza, la tensione verso l’empatia e popola molto velocemente l’intero habitat con creature a sangue caldo, munite di pelliccia e che sviluppano un rapporto di grande intimità con la prole (in proposito, i peli appaiono come un perfetto medium simbolico capace di veicolare informazioni complesse, quali quelle contenute nelle emozioni).

Una situazione che dura 65,7 milioni di anni e che affina la struttura in modo da renderla adatta al vero lavoro da fare: la produzione di consapevolezza e, di conseguenza, la creazione del Sé.

Perciò, l’ultimo step è l’operazione d’innesto genetico operato dalle chiavi biologiche con la conseguente rapidissima espansione della neo-corteccia e la creazione del linguaggio logico, ossia l’unico strumento capace di produrre il “nettare degli dei”: la consapevolezza (e, quindi, il Sé). Ovviamente, non esiste alcun “dio”, ma la locuzione fa capire bene quanto sia prezioso il prodotto del terzo centro, tanto prezioso da aver giustificato un lavoro preparatorio lungo 13,82 miliardi di anni e scandito dai gradini dell’evoluzione

Nota – incidentalmente, biologi e genetisti continuano a non trovare l’anello mancante poiché lo cercano dove non può essere trovato, ossia nel regno animale, invece di cercarlo dove probabilmente si trova: nel regno vegetale, ossia nelle chiavi biologiche.

Questa è una tabella che ho già proposto qui, ma che ripresento a motivo della sua estrema chiarezza:

Salto ANNI EVENTO
I -13,82 mld Big Bang
II -4/5 mld Comparsa della vita biologica
III -1,4 mld Last Universal Common Ancestor (LUCA)
IV -230 mln Comparsa del Cervello rettile (sauri)
V -150 mln Comparsa del Cervello emotivo (mammiferi)
VI -35000/-40000 Neocorteccia (Uomo)
VII Adesso Quantum Jump?

Di fatto, la tabella schematizza il percorso prodotto dalla Grande Ottava della Consapevolezza (GOC), ossia il cammino che la Coscienza Creatrice ha compiuto attraverso gli eoni. Ogni step corrisponde a un salto coscienziale che ha portato la Coscienza a un livello superiore di consapevolezza. Tuttavia, vorrei rilevare che, considerando il brain come strumento di (ri)creazione (o, anche, modellazione) costante della virtualità, parto da un livello di complessità piuttosto avanzato poiché, in realtà e per quanto semplice, il CR è già una macchina articolata, scaturita da un percorso evolutivo di miliardi di anni.

In sostanza, quindi, dobbiamo pensare che il processo creativo ha il suo inizio con il Big Bang il quale determina, in ogni caso, un primo incremento consapevole. Sotto quest’aspetto, quindi, l’idea è che una pietra rappresenti già un livello di coscienza diverso da zero (non potrebbe essere altrimenti, essendo espressione duale della Coscienza Creatrice) e ciò va tenuto ben presente poiché ha come logica conseguenza che il meccanismo chiamato Keter potrebbe essere venuto ad esistenza sin dall’inizio, attivandosi per dare origine alla vita solo “a tempo debito”. A causa di ciò, avrebbe sostenuto l’impulso evolutivo esattamente come descritto dallo schema proposto in tabella. Ebbene, questo comporta che, dalla comparsa della vita in avanti, la Coscienza ha continuato a incrementare il proprio livello di consapevolezza attraverso l’evoluzione. Infine, creazionisti ed evoluzionisti potrebbero tranquillamente smettere di litigare poiché, a ben guardare, i termini evoluzione e creazione sarebbero sinonimi.

Il problema è che questa consapevolezza determina inevitabilmente un cambio di nomenclatura drammatico, ossia la sostituzione del lemma Natura con quello di Coscienza, costringendo l’osservatore ad accettare il fatto d’essere il creatore dell’universo. Cosa, ovviamente, del tutto inaccettabile ma, sia chiaro, non perché impossibile, bensì perché questo renderebbe noi responsabili del male che infarcisce il mondo.

In realtà, la cosa davvero stupefacente è che basta realizzare l’assoluta equivalenza dei termini Coscienza e Natura per compiere un passo decisivo verso ciò che stiamo cercando, ossia un nuovo paradigma percettivo che porti ogni singolo individuo (Momento Agente) su un diverso piano di realtà.

Come ho già avuto modo di rappresentare altrove, la descritta architettura a tre cervelli fonda se stessa sul drammatico atto compiuto dal Last Universal Common Ancestor (LUCA), ossia una cellula procariota che, all’incirca 1,5 miliardi d’anni fa e sotto la spinta della Coscienza Creatrice, ingoiò un batterio acquisendo, in questo modo, informazioni genetiche che prima non aveva e che le diedero la possibilità di mutare in modo profondo la propria struttura interna e di sopravvivere in ambienti nei quali, prima, non avrebbe potuto. Il meccanismo è detto endosimbiosi (Serial Endosymbiosis Theory) e, per dirne una, ha determinato la formazione dei mitocondri (la centrale energetica della cellula).

Tale meccanismo è descritto dalla narrazione ufficiale quasi come fosse una cosa banale. In realtà, a mio modesto avviso, si tratta di un atto semplicemente incredibile, qualcosa che si pone, in termini di probabilità, addirittura oltre i limiti ipotizzati per la comparsa della vita sulla Terra e che, se investigato con il senno di poi (del quale son piene le fosse, è bene ricordarlo), manifesta una totale inspiegabilità. Se considerate, infatti, che un pesce rosso (organismo incommensurabilmente più complesso del “LUCA”) ha una memoria funzionale di pochi secondi, la probabilità che un organismo unicellulare compia un atto simile appare come del tutto inesistente. Viceversa, avremmo organismi unicellulari o pesci rossi capaci di modificare random e in modo drammatico il proprio genoma. Ovviamente, non parlo di modificazioni impercettibili che continuamente si verificano nel normale progresso evolutivo, bensì di modifiche capaci di cambiare un pesce rosso facendolo diventare qualcosa di nemmeno lontanamente pensabile. Vi sembra una cosa sensata o, anche solo ipoteticamente, possibile?

Cosa diversa è sostenere che il motivo che ha portato quella cellula a compiere quel gesto sia stato generato non tanto da un livello decisionale diverso (poiché dovremmo presupporre la presenza di una consapevolezza all’interno della Coscienza Creatrice che abbiamo escluso), bensì da un impulso originato da  ciò che altrove ho denominato Forme Coscienti (archetipi), ma si tratta di un discorso che non posso affrontare qui poiché ci porterebbe fuori tema (chi volesse approfondirlo, può leggersi l’articolo linkato).

In ogni caso, a detta di biologi e genetisti, da lì inizia la storia degli organismi denominati eucarioti (cellule con un’organizzazione interna significativamente più complessa) e, soprattutto, sostengo io, avviene la fondazione di un paradigma percettivo molto preciso, espresso dal pattern che vuole il sostentamento della vita biologica basato sul nutrirsi di altra vita biologica.

Credo che ciascuno possa apprezzare come questo determini la necessità, per qualsiasi essere vivente, che il range percettivo dentro il quale esistere non solo sia molto ben definito ma altrettanto stabile, giacché l’individuo dev’essere ben sicuro di riuscire domani (e domani l’altro e quello dopo ancora) a trovare il cibo necessario per sopravvivere. Infatti, se la sua percezione fosse soggetta a cambiamenti anche minimi, ciò rischierebbe di rendere inutili le informazioni che normalmente l’individuo usa per procurarsi il cibo. Questo perceptual mode (modalità percettiva), quindi, diviene l’informazione più importante e, come tale, trasmessa nel genoma con priorità assoluta. In altre parole, diviene il paradigma percettivo che governa l’esistenza di tutti gli esseri viventi. Un paradigma che, tuttavia, genera rispetto all’ineluttabile destino che attende ciascuno (la morte) una paura endemica, persistente e che si trasforma in un quel generale senso d’inadeguatezza e precarietà che è il vero motore del c.d. istinto di sopravvivenza.

In sostanza, l’incredibile atto del progenitore comune ha creato una situazione strutturalmente precaria la quale è fantasticamente descritta dal motto “meglio un uovo oggi che una gallina domani”. Ossia, una situazione all’interno della quale la vita individuale è possibile solo per un brevissimo istante il quale, tuttavia, si espande in modo illusorio nelle persone dei discendenti.

Dovrebbe, quindi, essere evidente il motivo per il quale la ricerca dell’immortalità è il sogno più bramato fra quelli che l’uomo coltiva da sempre. E questo, qualunque sia stato il livello di consapevolezza dei singoli perché a livello esoterico, così come essoterico, la speranza è stata sempre e solo quella di trovare un modo per vincere la morte. Così, per gli alchimisti cinesi fu la pillola dell’immortalità, per quelli arabi ed europei fu la Pietra Filosofale. In ambito religioso, poi, cristiani, ebrei e musulmani hanno tutti come fondamentale oggetto di fede l’immortalità. Persino la ricerca spasmodica, caratteristica della società moderna, di sistemi per ritardare l’invecchiamento non fa che rimarcare questo desiderio profondo di trovare un paradigma percettivo diverso da quello stabilito 1,5 miliardi d’anni fa dal nostro antenato comune.

Infine, il desiderio d’immortalità è l’urlo che scaturisce dall’atroce precarietà di tale paradigma.

La Diade e il problema dell’elisione del Sé

Ho già cennato all’ipotetica struttura della Diade in alcuni lavori (Gli Immortali), quindi non ci tornerò. Quel che m’interessa trattare, invece, è la reale difficoltà psicologica che separa un individuo a tre cervelli da quest’obiettivo. E lo farò partendo da una domanda precisa: nel caso l’individuo decida di passare a una struttura a due centri, sacrificando il CR, che fine fa il Sé?

Ecco, questa è una domanda davvero complicata con la quale misurarsi ogniqualvolta si distoglie lo sguardo dallo stereotipo percettivo al quale siamo abituati da 1,5 miliardi d’anni. Quesito del tutto insolubile e, proprio per questo, emotivamente paralizzante poiché punta direttamente a ciò di cui abbiamo davvero paura: la prefigurazione, generata a livello del CR ed elaborata dagli altri centri, dell’elisione del Sé.

Noi siamo ciò che abbiamo costruito negli anni di vita dell’infanzia e dell’adolescenza. Durante quegli anni cruciali, il sistema a tre centri ha creato una miriade di macchine psichiche (concrezioni neurali) attraverso le quali gli individui affermano ogni giorno la loro esistenza in vita.

Questo è un fatto assodato sperimentalmente attraverso il Neuroimaging Funzionale (PET, fMRI, EEG, MEG, NIRSI) il quale ha evidenziato i meccanismi di attivazione delle varie aree cerebrali. Ciò che accade, ad esempio, in fase di apprendimento è la costruzione di una macchina neurale, ossia l’ingaggio di un certo numero di neuroni i quali, in sostanza, imparano a fare una cosa. Può essere un procedimento logico come la somma di due numeri reali, oppure emotivo come il modo di rispondere a un abbraccio o, ancora, istintivo come il modo di masticare il cibo prima d’ingoiarlo. Il punto è che, una volta creata una macchina, questa continuerà a ripetere il medesimo lavoro per tutta l’esistenza in vita (osservando, in modo probabilmente inconscio, questo meccanismo, Turing ipotizzò la sua famosa macchina).

Teoricamente, quindi, all’interno del brain dovremmo avere tre tipi di macchine, ciascuna creata dal relativo centro. In realtà e grazie all’interferenza di K, le cose stanno diversamente. Tale interferenza, infatti, è direttamente responsabile dell’ibridazione delle pulsioni native, ossia ciò che Gurdjieff intendeva quando parlava di “squilibrio dei centri”. L’ibridazione, infatti, genera pulsioni figlie di due o addirittura tre centri contemporaneamente. Nel primo caso, tali pulsioni sono rappresentate, soprattutto nei sogni, da animali quali cani, gatti, pesci, uccelli, insetti, etc. Nel secondo, da chimere.

Ho giù trattato questo altrove. Tuttavia, ho ripreso l’argomento allo scopo d’enfatizzare l’attaccamento che ciascuno di noi ha verso le proprie macchine. Perché è questo morboso attaccamento la fonte della drammatica prefigurazione dell’elisione del Sé che si scatena ogniqualvolta volgiamo lo sguardo nella direzione della porta stretta. Quando accade, tutte le nostre macchine ci guardano con sorpresa e ciascuna di essa profferisce un’unica, spiazzante frase: mi hai creata tu, ora mi devi nutrire.

In ogni individuo esiste una parte che sa ogni cosa. Juan Matus la chiamava conoscenza silenziosa, altri e in situazioni diverse l’hanno descritta in altro modo. Tuttavia, chi ha un minimo di dimestichezza con la propria realtà interiore, ne ha fatta esperienza almeno una volta. All’improvviso, sappiamo una cosa della quale, poco prima, non conoscevamo nulla. E lo sappiamo con una certezza che va oltre ogni dubbio. Ecco, questa è la parte di noi che sa tutto e che, in determinate circostanze, si fa sentire inviandoci informazioni precise su un qualunque aspetto della vita, nostra o altrui. Si tratta di quella medesima parte che, qualora accostiamo col pensiero l’idea dell’immortalità, ci telegrafa una verità semplice e immutabile e che, di fatto, ci paralizza: attento, perché se vuoi passare da quella porta, dovrai rinunciare a ciò che sei. E questo è il punto esatto dove ciascuno di noi si ferma e, terrorizzato, rinuncia. Anzi, rimanda, scegliendo di tornare alle vecchie abitudini rappresentate dalle sue macchine neurali, perché non si lascia la strada vecchia per la nuova.

“Ciao Mario!”

“Oh, ciao Stefano, quanto tempo che non ci si vede! Come va? Come stai? Eheheh … vecchia volpe!”

“Sto benone, sì. E tu?”

“Ah sì, pure io, beh … sai, ormai sono quasi sessanta.”

“Eeeeeh, che ci vuoi fare, andiamo avanti”

“Sì, sì, hai ragione, andiamo avanti, perché indietro non si torna! Ahahahahahah!”

Cos’è accaduto? Qual è il vero significato della frase “indietro non si torna”? Sembrerebbe un semplice modo di dire e, invece, la cosa va molto oltre. La frase, infatti, sta lì a significare che il paradigma percettivo determinato dalla scelta dell’antenato comune non si discute perché, anche se in ciascun individuo è presente l’informazione inconscia che, in realtà, si tratta di un ripiego che ci condanna tutti a un’esistenza precaria e dominata dalle macchine psichiche e dalla paura, almeno è qualcosa! E qui non esistono discussioni poiché Latone, attraverso il CR, predomina sempre.

Nota – Chi intendesse investigare più a fondo la fondamentale dicotomia rappresentata dalle Pulsioni Down (Latone) e Up (Rosso) e, quindi, il motivo che spinge ciascuno di noi a manifestare una atteggiamento conservativo piuttosto che progressista (in questo caso, a nutrire paura, oppure a dare spazio ed energia alla curiosità) può leggere Danza Folle – Le Pulsioni Down e Up.

È l’uovo oggi che, una volta mangiato, crea l’euforica baldanza del ventre satollo che porta il singolo a “profittare di quel che c’è”. Come quando, durante un sogno, diventi lucido e sai d’avere un tempo limitato prima che la lucidità scompaia. Allora, dimentico di qualsiasi altra cosa, cerchi solamente lo stupore che l’ambiente può darti. Ebbene, le persone fanno la stessa cosa nella real life, prima riempiendosi il ventre e poi correndo alla ricerca della stupefazione che la vita sembra poter dare loro (e che, in realtà, mai arriva senza senso di colpa) sino al successivo crampo da fame. E in questa fuga perenne, lasciano che il loro intero potere creativo sia gestito dalle macchine neurali create dal processo educativo e dalle esperienze di vita.

Tutto questo perché il rinunciare a ciò che si è (o si pensa d’essere) è davvero la cosa più difficile e davanti alla quale i più reagiscono in modo sarcastico e spesso violento, richiudendosi all’interno del recinto disegnato per loro dalla “ragionevolezza” delle cose che possono essere contate, pesate, catalogate.

È indicativo il fatto che più il singolo individuo è dotato (fisicamente, emotivamente o intellettualmente), più questa eventuale rinuncia appare improbabile, se non addirittura impossibile poiché proprio tali marcate abilità lo consolidano vieppiù nell’immagine che egli ha di sé stesso. In realtà, stiamo parlando di un’immagine sostanzialmente egoica, giacché il Sé sta a un livello quantitativo e qualitativo diverso. Tuttavia, il livello egoico è propriamente quello delle macchine psichiche, ossia le concrezioni neurali che, alla fine, fanno di una persona ciò che vediamo quando parliamo con essa. Il fatto, quindi, è che chiunque intenda camminare verso la libertà è tenuto a confrontarsi proprio con tale livello di complessità (per altro, perfettamente descritto proprio dalla parabola del ricco, del cammello e della cruna dell’ago).

Persino chi descrive se stesso come cercatore spirituale il più delle volte altro non fa che allargare il labirinto, creando mondi immaginari dentro i quali continuare a fuggire il più lontano possibile dalla porta stretta. Mi riferisco a quelle persone che, di fronte alla “pillola dell’immortalità”, abbozzano un sorrisetto finto e, di seguito, volgono lo sguardo altrove, verso i loro paradisi immaginati, verso l’Amore Assoluto e tutte le frottole partorite dalla new age durante gli ultimi cinquant’anni e che contemplano, tra le altre cose, innumerevoli forme di terapie alternative e pellegrinaggi ai workshop e presso guaritori e scuole d’ogni tipo, il tutto per ritrovarsi, dopo una vita in fuga, di nuovo e sempre nel centro del proprio labirinto mentale e con l’unica prospettiva di morire perché, nei sistemi fisici, l’entropia non fa sconti a nessuno e la parte animica, l’unica che sarebbe capace di fornire loro un corpo immortale, è stata, per i meccanismi appena esposti, costantemente ignorata.

Intendiamoci, nessun giudizio di valore in tutto questo giacché ogni scelta è legittima e insindacabile. Tuttavia e questa potrebbe essere la “buona novella”: se l’immortalità esiste, la via per essa può passare anzitutto attraverso il sacrificio delle macchine neurali (Libertà Totale) e, finalmente, in un profondo, assoluto, distaccato, potente atto di fiducia nella propria parte animica. Un atto da compiere in piena consapevolezza e senza garanzie reali poiché richiede l’abbandono di tutto ciò che siamo per diventare semplicemente “altro”.

Il problema è che questo “altro” non è possibile sapere cosa sia poiché, trattandosi di un work in progress riguardante la Grande Ottava della Consapevolezza, con ogni probabilità non esiste ancora! Tuttavia, è precisamente questa la scommessa da accettare e che fece dire (non ricordo a chi): “morire tosto o tardi, per il saggio è indifferente”.

Chi vuole l’immortalità, qualsiasi cosa questa possa essere (o non essere), deve solo smettere di correre, lasciando andare tutto ciò che sta stringendo nelle mani. Mani che troppo spesso sembrano artigli con i quali restare aggrappati a una vita insensata, una bugia senza futuro, una promessa di morte e null’altro.

Lasciare la presa, dunque, e volgere lo sguardo e l’intento verso il passaggio che esiste in ciascuno di noi. Sta lì da sempre e attende solo che ci decidiamo a imboccarlo.

 

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