Il Sogno

[Avvertenza. Il presente lavoro risale al 2008 ed è il primo nel quale introduco la figura di “K”. Per chi conosce i miei scritti, taluni elementi di carattere squisitamente “filosofico”, possono apparire superati. Ciò, tuttavia, non vale per per gli elementi d’ermeneutica onirica che restano validi. Infine, le note sono poste in calce all’articolo e un click sul numero della nota, rimanda alla nota medesima e viceversa.]

***

Abstract

Il tema del presente lavoro è il sogno. Ora, non volendo annoiare il lettore con cose che presumibilmente già conosce, ciò che tenterò di attuare sarà un approccio il più possibile originale e (questa è la speranza) nuovo rispetto ad un fenomeno ancora profondamente sconosciuto. Saranno, così, “date per lette” molte delle questioni sia di ordine storico, sia di ordine psicanalitico già abbondantemente presenti nella letteratura più o meno specializzata, privilegiando una lettura decisamente poco ortodossa del fenomeno stesso.

Ciò che intendo proporre, quindi e nei limiti di questo articolo, è una serie di considerazioni atte, infine, ad abbozzare un metodo valido per la comprensione di qualsiasi manifestazione onirica sia essa qualificabile come sogno ordinario, come falso risveglio, come sogno lucido, ovvero come OOBE (Out Of Body Experience). Tutto ciò nell’intento, per niente nascosto, di portare il lettore ad una comprensione tale da fargli estendere, in modo del tutto naturale, la percezione onirica a ciò che normalmente chiamiamo “mondo reale”.

Nell’articolo è fatto più volte riferimento alla suddivisione dell’inconscio in quattro ambiti (IP, IC, IU e IM). Tale argomento è presente in un documento dal titolo IM-Teoria e velocità di propagazione della consapevolezza.


L’evento onirico.

L’evento onirico dovrebbe essere sempre inteso come un “oggetto” coerente, vero e autonomo.

In sostanza, per coerente intendiamo qualcosa di totalmente auto-esplicativo. Qualcosa che è possibile leggere in modo del tutto consequenziale senza, cioè, poter rilevare contraddizioni logiche al suo interno.

Per vero intendiamo il sogno come portatore di un messaggio preciso ed interamente verificabile una volta messo a confronto con la storia personale del sognatore.

Infine, con autonomo ci si riferisce al fatto che il singolo sogno, pur ammettendo senz’altro la possibilità di sogni logicamente concatenati, appare strutturato come un’entità a se stante che nasce, si manifesta e muore e, in conseguenza di ciò, è capace da solo di indurre mutamenti più o meno significativi nella psiche del sognatore.

Struttura dell’evento onirico.

Se chi legge ha qualche esperienza di programmazione, potrà pensare il sogno come a un programma Object Oriented (OO). Per chi non ha idea di cosa sia, un programma Object Oriented può essere pensato come un grosso oggetto che, a sua volta, è costituito da diversi oggetti minori (le sotto-procedure delle quali il programma stesso si serve). Tali oggetti minori, pur essendo sostanzialmente autonomi rispetto al programma contenitore, lavorano tutti per il raggiungimento di un determinato scopo (nel caso di un programma: il lavoro per il quale è stato concepito, nel caso del sogno: il suo significato).

Si pensi, ad esempio, ad un programma che compie un calcolo complesso. Tanto più sarà complesso il calcolo, tanto più facilmente questo sarà scomposto in sotto-procedure (classi) le quali si occuperanno di compiere una specifica parte del lavoro, restituendo alla procedura principale (main) valori parziali che, alla fine, la stessa main si occuperà di assemblare nel modo più opportuno.

Ora, possiamo pensare che quelle classi esistano in modo autonomo sul disco fisso del nostro programmatore e, ammesso che siano state scritte bene, che potranno essere usate per un numero indefinito di programmi diversi (se una procedura esegue la somma di due numeri reali, essa lo farà sempre, sia nel programma che stiamo scrivendo adesso, sia in altri che potremmo decidere di scrivere in futuro).

Propongo, quindi, di pensare il sogno strutturato esattamente come un programma Object Oriented, nel quale il sogno stesso, inteso nella sua complessità, è l’intero programma, mentre gli oggetti onirici che lo compongono sono oggetti minori e specializzati, creati con le classi appena descritte. In questo modo, la classe è pensabile come uno stampo in grado di produrre un numero indefinito di oggetti non necessariamente con eguali caratteristiche, se non per lo scopo (il metodo) che il singolo oggetto persegue.

Nota per i più maliziosi: attenzione, non si tratta di mutare il nome “archetipo” nel nome “classe” (vedremo come le due cose siano, in realtà, diverse). Si tratta, piuttosto, di cambiare radicalmente il modo di pensare il meccanismo onirico ammettendo, una volta per tutte, la presenza di un motore intelligente, slegato dalla mente del sognatore e che manifesta la propria presenza (e la propria volontà) principalmente (ma non solo) attraverso la produzione onirica.

Ciò significa che, in ipotesi, questo motore sarebbe in grado di assemblare “al volo” tutte le classi necessarie alla creazione di una determinata manifestazione psichica sia essa un’emozione durante lo stato di veglia, un sogno ordinario, un sogno lucido, un falso risveglio o una oobe. Non solo, il suddetto motore sarebbe altresì in grado di “creare” nuove classi partendo da quelle già esistenti.

Appare evidente che un’impostazione di questo tipo determina una dicotomia profonda perché divide la Mente dall’Inconscio in modo netto e definitivo lasciando, da una parte, un costrutto “mente” il quale copre (più o meno) interamente l’ambito del conscio e, dall’altra, ciò che abbiamo definito “motore intelligente” che domina sull’intero inconscio. Ciò, come vedremo, è un fatto gravido di conseguenze piuttosto interessanti giacché presuppone l’esistenza di una volontà terza rispetto a Mente, in grado di agire su questa in molti e diversi modi e per scopi sorprendentemente pragmatici.

Ma vediamo in quale modo tutto questo si possa realizzare e, per farlo, prendiamo ad esempio un sogno pubblicato da una persona sul News Group “it.sogni.discussioni” – gerarchia usenet – all’incirca un anno fa (2007).

“Ho sognato di star guardando un telegiornale alla TV in cui davano notizia di un sordomuto che si aggirava in una foresta (non so quale!) in America. Questo sordomuto rapiva ragazzi/e più o meno della mia età e poi li uccideva. Ad un tratto mi ritrovo in questa foresta assieme a mio cugino. Ma la cosa strana era che la foresta era recinta da un muro al di là del quale vi era un paese. Inoltre vi era una porta che permetteva di uscire dalla foresta per andare nella cittadina. Io e mio cugino eravamo nella foresta, sentiamo dei passi, eccoci davanti il sordomuto. Mio cugino comincia ad andare verso la porta, io lo seguo, sento i passi dell’assassino alle spalle, dico a mio cugino di correre più veloce che può e io faccio lo stesso. L’assassino ci è alle spalle. Il sogno finisce così. Cosa significa?

Senza considerare l’intero simbolismo onirico ci soffermeremo sulla figura dell’assassino, affermando che, in questo caso, costui può essere inteso come l’oggetto di una classe che potremmo denominare Distruttore.

Ora, il Distruttore è sordomuto per definizione. Esso non accetta domande (né dà risposte) sul perché distrugge. Fa il suo lavoro e basta.

Volendo generalizzare, quindi, potremmo affermare che dentro di noi esiste qualcosa che lavora per la vita (costruttore) e qualcosa che lavora per la morte (distruttore) di parti di noi. In specifico, di quelle parti che, avendo esaurito lo scopo per il quale sono venute ad esistenza, ora non servono più. Nel corso della vita accade che parti di noi divengano vecchie, obsolete e che, quindi, muoiano (accade tanto in ambito fisico, quanto psichico). Così, quando ciò accade, compare il distruttore che ha il compito specifico di liberare il campo da ciò che è diventato inutile.

Il problema è che, da esseri abitudinari quali siamo, ci affezioniamo alle nostre componenti e, quando viene il momento della loro “terminazione”, ci spaventiamo e facciamo sogni come quello descritto dall’utente usenet.

In sostanza, ciò che il sogno descrive è lo spiegarsi d’una funzione psichica (il distruttore) che compie il lavoro per la quale è stata creata.

Invocazione delle classi oniriche.

Supponiamo che, come nella programmazione Object Oriented, le classi oniriche siano caratterizzate anzitutto dal proprio nome. Per restare sull’esempio proposto, avremo allora la classe denominata “Distruttore” la quale esporrà un solo metodo (“distruggi”) ed una serie di proprietà destinate a connotare l’oggetto che sarà creato a seguito dell’invocazione della classe medesima.[1]

E’ appena il caso di sottolineare che quella testé descritta è naturalmente una finzione. In particolare , la stringa “Distruttore” sta lì ad indicare ai lettori di lingua italiana che la classe ha un nome univoco, quale che sia. Dobbiamo, cioè e nell’ambito del modello proposto, presupporre che i nomi delle classi abbiano una forma eguale per tutti i viventi[2] e, di conseguenza, siano codificati in un linguaggio adatto allo scopo. I nomi delle classi, sotto questo profilo e visto che siamo in ambito “inconscio”,  ossia lontani anni luce da una logica binaria, potrebbero essere di natura essenzialmente emozionale.

Al di là, però, di tali interrogativi per noi ancora relativamente insondabili il motore intelligente che muove l’intero sogno, non dovrà far altro che “chiamare per nome” (invocare) la classe della quale ha bisogno per risolvere uno specifico pezzo dell’evento onirico, “passando” alle singole proprietà eventualmente esposte dalla classe medesima le informazioni (dati) necessarie a configurarle correttamente ed attivando uno dei metodi relativi. Evidentemente, le informazioni passate alle proprietà della classe saranno quelle afferenti sia alla situazione contingente, sia alla storia personale del sognatore.

Così, nel sogno proposto, la classe “Distruttore” una volta invocata genera un oggetto fortemente connotato (l’assassino sordo-muto del sogno). Tuttavia, non è affatto detto che il sognatore, la prossima volta che sarà invocata la stessa classe, farà esperienza onirica del medesimo oggetto. Più precisamente, se le conseguenze saranno verosimilmente le stesse, l’immagine onirica potrebbe mutare. Questo, per le considerazioni sopra dette, rivelerebbe una straordinaria capacità dinamica delle classi oniriche. Una capacità che appare assolutamente peculiare.

Ciò è immediatamente osservabile dal confronto dei sogni di soggetti diversi ed aventi ad oggetto situazioni simili, nonché dal confronto dei c.d. grandi sogni (ossia, i sogni nei quali si manifesta la presenza di contenuti inconsci dotati di “numinosità”[3]). In entrambe queste situazioni è possibile osservare come il singolo oggetto onirico vesta facilmente panni diversi nei sogni di soggetti diversi, ancorché stia lì a fare la medesima cosa. Restando sull’esempio del “Distruttore”, questi potrà da taluno essere percepito come un uomo (assassino), da altri come un animale (un divoratore di carogne) o, da altri ancora, come un essere spirituale (l’angelo distruttore di apocalittica memoria).

Questo è ancor più evidente nei “grandi sogni”. Si pensi, ad esempio, all’epifania onirica della Vergine, nella sua accezione di Madre Celeste. E’ improbabile che due persone diverse le quali dovessero farne esperienza onirica descrivano, da svegli, la stessa, identica figura. Al contrario e facilmente, le due descrizioni potrebbero differire per diversi particolari quali il colore del manto, dei capelli, degli occhi, la foggia della corona e così via[4].

Giustificare, quindi, il mutamento di forma del singolo oggetto percepito in sognatori diversi, così come nello stesso sognatore, può essere agevole facendo riferimento sia alla cifra psichica unica (quanto irripetibile non saprei) propria di ciascuno di noi, sia all’estremo dinamismo delle classi oniriche, sia alla straordinaria capacità mitopoietica di ciò che abbiamo chiamato “motore intelligente” il quale sarebbe in grado di derivare nuove classi da quelle già esistenti in presenza delle variabili più strane e bislacche (in riferimento, ovviamente, alla storia personale del sognatore). In tal caso la classe derivata erediterebbe metodi e proprietà della classe genitore aggiungendone di ulteriori e creando oggetti specifici, atti a risolvere (nel modo più sublime) specifiche parti del singolo evento onirico.

Archetipi.

In ordine a questi particolarissimi oggetti onirici, uno dei problemi più grossi è costituito dalla loro estrema potenza così come dalla rilevante autonomia che, probabilmente proprio grazie a tale potenza, dimostrano di possedere.

Spesso, in relazione all’interpretazione onirica di un “grande sogno” e in riferimento al sognatore, si nota l’uso della proposizione specifica “entra in contatto”. Come a dire che il soggetto, durante il sogno, sperimenta (entra in contatto con) una manifestazione onirica particolarmente potente (un archetipo, appunto) e che, almeno all’interno della speculazione junghiana, comporta sempre conseguenze profonde per il sognatore medesimo. Ritengo questo modo di descrivere il fenomeno piuttosto ambiguo. In particolare, connotare l’esperienza soggettiva con la frase “entrare in contatto” con qualcosa, in realtà non spiega alcunché sull’eziologia di questo qualcosa.

Tuttavia, è ben vero che questi oggetti spesso si comportano in modo tale da ingenerare l’idea che possano agire del tutto autonomamente. Si pensi alle psicosi, ossia a scenari all’interno dei quali alcuni di questi grandi oggetti onirici appaiono del tutto autonomi e soverchianti rispetto alla coscienza di veglia. Del resto, anche in ambito onirico, qualora si tratti di immagini numinose, tale strapotere è facilmente rilevabile dallo stesso sognatore. Tutto ciò potrebbe essere spiegato in termini di reale autonomia di tali immagini rispetto all’inconscio personale (IP) poiché appartenenti ad un ambito psichico radicalmente diverso (l’inconscio collettivo, appunto).

Ne consegue che, in ordine all’ipotesi proposta, dovremmo pensare che ciò che abbiamo chiamato il motore intelligente che crea e muove i sogni possa, di norma, invocare una certa classe al fine di creare un grande oggetto onirico ma che, quando lo fa, in realtà compia un’operazione sempre potenzialmente pericolosa (stante proprio la potenza della classe invocata). Tanto che, in alcuni casi, tale misterioso motore sembra perdere il controllo sulle forze che ha messo in gioco con effetto dirompente sulla coscienza (che, da quel preciso istante, va letteralmente in pezzi[5]).

In altre parole ed in omaggio al dinamismo delle classi, se l’invocazione di una classe “Animale” può generare un oggetto “Cane” questo si caratterizzerà diversamente oltre che per razza, dimensioni e atteggiamento anche per la specifica forza che sarà in grado di veicolare. Di talché, il medesimo barboncino sarà in grado, a seconda del grado di forza espressa, di caratterizzarsi o meno come archetipo. Questo è un punto interessante perché suggerisce l’idea che, in realtà, potrebbe non esistere affatto una superclasse destinata a contenere i c.d. archetipi e che, piuttosto, sembrerebbe più aderente pensare ad un unico insieme di classi che possono tutte, senza eccezione, generare sia oggetti numinosi, sia oggetti ordinari. Tutto dipende dal modo con il quale il motore intelligente, che per brevità d’ora in avanti chiameremo “K[6], le ha invocate.

In dipendenza di una tale meccanismo, quindi, lo stesso sognatore potrà in un sogno giocare con il proprio cane, in un altro parlare con esso, scoprendolo un pozzo di saggezza e di sapienza. Nel primo caso, avremo un contenuto onirico ordinario (ancorché coerente e vero relativamente all’economia del sogno), nel secondo avremo ciò che Jung chiama un archetipo. Nel primo caso e in un’ipotetica scala da 1 a 10, K avrà invocato la classe “Animale” conferendo alla proprietà “Hybris” il valore 1, nel secondo caso il valore 9.

Restando in ipotesi, quindi, K decide autonomamente quando e come invocare le classi oniriche. E lo fa perché evidentemente ha uno scopo preciso da conseguire.

Nei termini della Piscologia del Profondo (la branca junghiana della psicanalisi) i processi inconsci sono visti tutti all’interno di un “super processo” chiamato “processo d’individuazione”.

Tale processo inizia, a mio avviso, già nella fase prenatale e dura per l’intera esistenza. Il motore di questo processo è la paura dell’indifferenziato (ossia il luogo dal quale proveniamo) che spinge la coscienza a crescere il più possibile (rispetto alle possibilità individuali) al fine di fuggire dal riassorbimento.

Ora, tale processo esiste per ciascuno di noi (anche per coloro i quali non ne avranno mai reale consapevolezza perché, per costoro e semplicemente, svilupperà sotto la soglia della coscienza) e si manifesta in fasi abbastanza ben identificabili, giacché ciascuna fase è dominata dal manifestarsi di un determinato archetipo.

Tali manifestazioni avvengono solitamente (ma non solo) a livello onirico con l’avvento dei c.d. grandi sogni. L’Ombra, L’Anima/Animus, il Vecchio Saggio, il Bambino Divino segnano un percorso psichico, a volte gioioso, altre decisamente drammatico, inteso a portare l’individuo al Sé, ossia all’archetipo che simboleggia una coscienza completamente sviluppata, compensata e potente.

Jung è stato il primo a rilevare la straordinaria affinità che lega il processo suddetto con quanto descritto nei testi alchemici (in qualsiasi epoca questi siano stati scritti). In sostanza, l’intero processo d’individuazione può essere letto in termini strettamente alchemici, dove la Trasmutazione (la creazione della Pietra) equivale al raggiungimento del Sé.

Ebbene, tale affermazione potrebbe per alcuni risultare oscura giacché il concetto stesso di “Sé” è un’astrazione e, infine, nemmeno troppo soddisfacente. Se il Sé disegna uno stato psichico speciale o compiuto[7], perché l’uomo avverte la necessità di conseguirlo? Meglio, perché K spinge in modo così universale per il suo conseguimento? E’ possibile ipotizzare che K non limiti la propria attività all’ambito onirico ma la estenda all’intera vita cosciente dell’individuo?

Abbiamo visto come il processo d’individuazione muova dalla paura del riassorbimento (in sostanza, dalla paura della morte). Ipotizziamo, allora, che “Dio” abbia creato l’uomo e che lo abbia fatto a propria immagine e somiglianza. Se questo è il presupposto, potremmo pensare che i nostri bisogni più profondi siano i medesimi del nostro creatore. Ossia, che lo stesso terrore che spinge ciascuno di noi a fuggire dalla morte, muova anche chi ci ha creato verso il medesimo obbiettivo. Se questo fosse vero, allora ogni cosa potrebbe acquistare un senso.

In questa accezione, “Dio”, ossia ciò che abbiamo chiamato Multiverso[8], è un essere cosciente,  fantasticamente grande e complesso che, tuttavia, è destinato a morire. Così, per sfuggire alla propria morte, Egli attua una strategia precisa cercando di aumentare sempre più la propria consapevolezza. Solo che non potendolo fare direttamente giacché non ha alcun soggetto diverso da Sé con il quale confrontarsi, Egli delega questo atto fondamentale a parti di se stesso. Stiamo parlando di consapevolezze separate, esistenti a diversi livelli, che lavorano tutte indistintamente per incrementare sempre più la consapevolezza del tutto. E una di queste è l’uomo[9].

Toglie il fiato, ma proseguiamo. Se tutto questo ha un senso, allora K è la funzione multiversale che si preoccupa di assicurare che ciascuna consapevolezza separata svolga il proprio compito nel modo migliore. Sotto questo profilo, ogni consapevolezza separata è trattata da K come “sacro favo” destinato a produrre la consapevolezza, il “nettare degli dei”.

Ora, K svolge il proprio compito interagendo continuamente con la singola consapevolezza. Ossia, per K non vi sarebbe alcuna differenza fra stato di sogno e stato di veglia, giacché entrambi sarebbero meri stati dell’essere, all’interno dei quali la produzione di consapevolezza resterebbe l’unico fine e, siccome sottostanti a leggi diverse, usati dalla funzione multiversale sempre nel modo più opportuno. Ma sempre in termini strettamente simbolici.

Per questo sembra possibile trattare indifferentemente il sogno, il sogno lucido, il falso risveglio, la oobe, la normale esistenza cosciente e il delirio psicotico[10] come manifestazioni dell’interazione fra ciò che abbiamo chiamato K e la singola consapevolezza. Perché, nell’ipotesi prospettata, K interagisce in modo costante con questa a prescindere dall’ambito all’interno del quale la stessa si muove.

Questo è importante, perché permette di trattare in modo uniforme ogni singolo atto di K alla luce di una comunicazione che, come detto, è strettamente simbolica. Ossia, vuol dire che il linguaggio usato da K per interagire con la consapevolezza è sempre basato sul simbolo.

Il lemma, dal greco súmbolon (σύμβολον ) e dalle radici sym-, “insieme” e bol, “un lancio”, indica l’emissione di un’unione di più significati in un unico segno. Questo è davvero il linguaggio di K.

K è diverso da Mente e, come detto più sopra, è privo di una logica binaria che è propria solo di quest’ultima, che la usa per rendere manifesto il contenuto logico del simbolo. In ciò, Mente è libera d’interpretare il simbolo che, per sua natura, è sempre duplice e ambiguo. Così, K, padrone assoluto dell’ambito psichico, interagisce continuamente con la singola consapevolezza invocando, ogni volta, le classi opportune (nel sogno così come nella vita “reale”) e capaci di produrre i simboli necessari a quella specifica interazione al fine di far evolvere quella stessa consapevolezza per lo scopo sopra detto.

Quando K fa questo, il risultato è sempre qualcosa di analogico, sottilmente ambivalente e profondamente emozionale. Può essere l’oggetto di un sogno, oppure un segno che si manifesta durante la veglia, ma il suo effetto, oltre che evocare un’emozione intensa, è sempre quello di porre a Mente un enigma che, tuttavia e in base alle premesse fatte, è sempre “coerente”, “vero” ed “autonomo”.

Si tratta, in sostanza, di mutare prospettiva rapportandosi sia rispetto al sogno, sia soprattutto rispetto alla realtà quotidiana in modo strettamente simbolico. Così “recuperiamo” il rapporto con K, ossia con quello che in ogni tradizione sciamanica ha preso il nome di Spirito. Con la differenza esiziale che noi, occidentali del terzo millennio, ci troviamo, rispetto agli sciamani, in una posizione assolutamente privilegiata. Se quelli, infatti, si muovevano (e si muovono) in un ambito esclusivamente magico e che, a motivo di ciò, conosce limiti sistemici (nel senso di imposti dal sistema di riferimento), per noi che abbiamo perso tutto grazie a secoli di razionalismo[11], quei limiti non esistono affatto.

In altre parole, nulla impedisce all’occidentale di riappropriarsi del proprio retaggio magico in modo perfettamente laico, ossia senza più i limiti che ogni tradizione magica impone ai propri adepti. Se, infatti e come credo, l’atto magico altro non è che un atto percettivo (solo più potente e specializzato) allora esso è frutto specifico della consapevolezza, meglio di quella funzione specializzata della consapevolezza che abbiamo chiamato attenzione[12].

Per mezzo dell’attenzione l’uomo interagisce con tutto quanto sta dentro e fuori di sé. Questo significa che, ragionando in termini simbolici, l’attenzione è il mezzo con il quale l’uomo interagisce con ciò che abbiamo chiamato K.

Da qui a portare la propria capacità attentiva a risolvere simbolicamente e in ogni circostanza tale interazione il passo può essere lungo, oppure molto breve. Ma anche questo è argomento per un altro lavoro.

***

[1] Tali proprietà potranno essere le più diverse ma, facilmente, esse avranno a che fare con l’immagine specifica percepita dal sognatore durante il sogno e, quindi, figura umana, animale, vegetale, colore e tipo dei capelli, del manto, dell’inflorescenza, livello specifico della Hybris manifestata, etc.

[2] Segnatamente, per tutti gli IP appartenenti ad uno specifico IC. In proposito vedi IM-TEORIA.

[3] Che si riferisce alla sfera del sacro. Numen (pl. Numinia) era usato dai latini per esprimere la potenza divina.

[4] Non è in discorso ‘cosa fa’ o ‘dice’ l’epifania, bensì solo la sua apparenza onirica essendo l’azione dell’oggetto onirico legata con evidenza allo scopo del sogno inteso come oggetto principale.

[5] Se questo è senz’altro vero per le psicosi, sembra esserlo anche per l’evento onirico quando, ad esempio, esso diviene incubo ponendo il sognatore in una situazione di estrema angoscia e sofferenza.

[6] La scelta della lettera K ha tre spiegazioni concorrenti: la prima deriva dal fatto che è usata, sia nelle carte da gioco, sia negli scacchi per indicare il re, la seconda è un omaggio a Johann Martin Schleyer, un sacerdote cattolico del Baden, in Germania che, tra il 1879 e il 1880, realizzò Il Volapük (volappa K), una lingua artificiale ausiliaria (non conosco per niente il volappa K, ho solo simpatia per gli idealisti). La terza deriva dall’intento di slegare definitivamente, anche in modo formale, l’attività di questo motore intelligente dalla mente del singolo individuo.

[7] Ci sarebbe da discutere un bel po’ sul reale significato di una tale compiutezza. In particolare, tale compiutezza è la medesima per tutti? Oppure, al contrario, in ciascuno può assumere aspetti diversi? Perché, in questo secondo caso, essendo priva del requisito dell’universalità, chi ci assicura che si tratti realmente di uno stato psichico compiuto?

[8] Vedi IM-TEORIA

[9] Il punto è talmente interessante che potrebbe far parte di uno studio ad hoc. La questione, infatti, è relativa alla possibilità che l’uomo sia, in realtà, se non l’unico, il più alto momento di consapevolezza all’interno della Creatura. Ma è argomento che tratteremo eventualmente in altra sede.

[10] Per il delirio psicotico l’interazione sarebbe irrimediabilmente caotica e, quindi, infruttuosa ai fini della produzione di consapevolezza.

[11] E’ un grazie detto molto sentitamente.

[12] Vedi IM-TEORIA

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