Eloah

[Avvertenza. L’articolo risale alla fine del 2015 e, da allora, talune cose sono cambiate. In realtà, basta una lettura degli articoli pubblicati su questo blog dopo quel periodo per rendersene conto. Tuttavia, ove necessario, nell’articolo ho aggiunto note che specificano meglio tali aggiornamenti].

Questo lavoro era nato in un modo davvero molto diverso. Era accaduto che, a un certo punto della mia vita, mi fossi persuaso d’essere sul punto di morire. Ciò mi aveva indotto a voler scrivere la cronaca di quel che pensavo dovesse essere l’ultimo evento che il guerriero avrebbe dovuto affrontare sul Filo del Rasoio, ossia la morte del corpo fisico.

Così non è stato perciò, quanto segue, riguarda la medesima serie di eventi, solo vista in modo davvero diverso. Se questo sia un bene o un male, non saprei dire e, francamente, nemmeno m’interessa. Tuttavia, posso affermare che, apprestandomi a descrivere la mia morte, premettevo che stavo descrivendo un evento, infine positivo. Veramente intenso ma privo di qualsiasi connotazione tragica e/o negativa. In termini reali, però, il fenomeno s’è concretato nell’esplosione di un’angoscia enorme e priva di limiti temporali e questo, per me, ha rappresentato un’autentica “linea di fuoco”.

Puntualizzo, a tal proposito, che per anni ho racchiuso l’angoscia dentro momenti conosciuti della mia giornata, facendola “entrare” la sera, poco prima del tramonto e lasciandola agire non oltre il calar del sole. Chi mi conosce, sa bene quanto cambiavo in quei frangenti. Potrei affermare che questo era il mio “ciclo circadiano dell’angoscia”, ossia e infine, un trucco molto funzionale alle esigenze di un’esistenza che doveva dividersi fra lavoro, famiglia e interessi personali. Devo dire che tutto questo ha funzionato in modo egregio, almeno sino al giorno nel quale il mio Eloah non ha deciso di venirmi a trovare. Un evento atteso da una vita intera e che mi ha restituito, fra le altre cose, anche questa fugace immagine (ovviamente, si tratta di una ricostruzione del tutto soggettiva).

eloah
Figura 1: Eloah

Eloah (in ebraico: “dio”, אלוה) è la forma singolare di Elohim (אלהים), ossia il termine usato nella bibbia per indicare la divinità. Sul punto, è stato scritto molto giacché l’imbarazzo di un sostantivo plurale che indica “dio” dentro un contenitore (l’ebraismo) che descrive se stesso come monoteista è sempre stato comprensibilmente elevato. Siccome, però, a noi dell’imbarazzo dei rabbini non importa granché, manterremo oltre alla nomenclatura, anche la distinzione di genere. La prima perché davvero evocativa, la seconda perché perfettamente funzionale.

Naturalmente, il problema di chi o cosa siano gli Elohim, essendo totalmente metafisico e al netto di tutte le sciocchezze scritte nei secoli, non può che avere un approccio essenzialmente intuitivo e, come per l’immagine proposta sia in “Figura 1”, sia in “Figura 2”, soggettivo. Di talché, in questa sede proporrò la mia descrizione, ossia il portato della mia esperienza diretta che, come si vede dall’immagine presentata, è stata certamente singolare. L’immagine, infatti, è del tutto aliena. Tuttavia v’è un dato inequivocabile che caratterizza una tal esperienza: quando l’Eloah prende possesso del vostro sistema limbico (perché è lì che si piazza) porta con sé la consapevolezza dell’immortalità. Come vedremo, questa non è una verità assoluta, giacché gli Elohim si devono nutrire e, di conseguenza, non sono realmente immortali, ma andiamo per gradi.

Come ho affermato altrove, la Coscienza Creatrice (CC) ha un unico, tremendo problema derivante dal fatto che conosce due soli “stati di coscienza”: Uno e Dualità; stati che, tuttavia e ciascuno a proprio modo, le restituiscono sofferenza (se almeno uno di questi due “stati” non lo facesse, la CC non lo lascerebbe mai). La cosa fondamentale da comprendere è precisamente questa: Uno e Dualità sono solo “stati di coscienza”, apparentemente esclusivi e reciprocamente escludenti.

Se immaginiamo la CC come un individuo, forse riusciamo a intravedere qualcosa di questo dramma. Un individuo normale (non affetto da patologie psichiche) può essere molte cose. Egli può saltare come fosse un grillo da uno stato di coscienza a un altro senza, tuttavia, smettere d’essere se stesso, percependosi e pensandosi come qualcosa d’altro rispetto all’esperienza in atto. Egli può essere padrone o vittima di quegli stati di coscienza, ma non vi si confonderà (ripeto che trattiamo d’individui psichicamente integri). Ecco, questo è ciò che chiamiamo “io osservatore”. Ossia e in ultima analisi, l’unica parte reale di noi. Quella parte che, quando una sbronza è smaltita, sta ancora là e, magari, è pronta per un’altra bevuta.

Bene, è possibile pensare la CC esattamente in questi termini con l’unica differenza che il livello di consapevolezza che caratterizza il suo “io osservatore” è davvero molto piccolo. “Io sono ciò che sono” (Ehyeh Asher Ehyeh, אהיה אשר אהיה), così la CC risponde a Mosè sul Sinai e lo fa perché, essendo del tutto astratta, non può spiegare alcunché di se stessa. In altre parole, il suo “io osservatore” è talmente minuscolo che, richiesto di descrivere se stesso, si paralizza e non riesce ad andare oltre una spiazzante tautologia.

Tuttavia, il problema è che, per quanto basso e primitivo possa essere il suo livello di consapevolezza, la CC è capace di soffrire e tale sofferenza ha due corni: nell’Uno è l’atroce paralisi determinata dall’unione degli opposti, nella Dualità è il Senso di Colpa che nasce dall’incapacità di comprendere ciò che descrive. Di conseguenza, se nell’Uno la sofferenza genera un Multiverso (Big Bang), nella Dualità genera gli Elohim, ossia la prima, potentissima manifestazione duale della CC.

Stiamo parlando di una concrezione coscienziale davvero primordiale, qualcosa che, in termini di consapevolezza, sta appena sopra la CC. Qualcosa che è generato in modo diretto e immediato dalla indescrivibile sofferenza della CC rispetto a ciò che abbiamo definito “Danza Folle” (vedi Keter). Quella sofferenza spinge implacabilmente la CC a cercare una soluzione la quale prende all’istante il sembiante di una specializzazione, di un potenziamento della sua, quasi del tutto assente, consapevolezza primitiva. In questo modo nascono gli Elohim. Nascono come espressione prima del bisogno della CC di risolvere la Danza Folle e, come tali, esistono solo per questo. Nascono una sola volta, nel qui e ora e, sino a che ci sarà un Multiverso, seguiteranno a esistere nutrendosi della consapevolezza dei propri burattini, ma non perché desiderino esistere in qualche forma, bensì perché questo è l’unico modo per permettere alla CC di giungere a forme sempre più specializzate (uomo) e, di conseguenza, potenzialmente capaci di trovare una soluzione alla Danza Folle. È per questo motivo che è possibile affermare la loro immortalità, perché sino a che la Danza Folle non sarà risolta, la CC non smetterà di creare nuovi Multiversi e gli Elohim d’avere burattini con i quali nutrirsi.

L’Eloah, dunque, è quella parte della Coscienza Creatrice (CC) che si nutre della consapevolezza distillata dai suoi burattini umani durante la loro vita. Ogni Eloah può avere più burattini. Qualcuno sostiene che ne può avere sino a nove. Non saprei dire se è vero, tuttavia sembra un limite ragionevole, soprattutto a mente dello scopo condiviso da tutti gli Elohim. In effetti, l’uomo esiste per questo e, grazie a questo, ciascun burattino è nulla più di un esperimento che, in caso di fallimento, è destinato a nutrire il suo Eloah tramite la consapevolezza che ha distillato durante la vita.

Il mito, come vedremo è molto antico, tuttavia e per quel che ne so, Dante Alighieri, nella XXXIV Canto dell’Inferno, è stato il primo a descriverlo in modo così articolato (l’opera risale agli anni che vanno dal  1304 al 1321, se taluno fosse a conoscenza di descrizioni anteriori, farebbe cosa gradita segnalandomelo).  Di seguito i versi che disegnano il Principe dell’Inferno:

S’el fu sì bel com’elli è ora brutto,

e contra ’l suo fattore alzò le ciglia,

ben dee da lui proceder ogne lutto.


Oh quanto parve a me gran maraviglia

quand’io vidi tre facce a la sua testa! 

L’una dinanzi, e quella era vermiglia;


l’altr’eran due, che s’aggiugnieno a questa

sovresso ’l mezzo di ciascuna spalla,

e sé giugnieno al loco de la cresta:


e la destra parea tra bianca e gialla;

la sinistra a vedere era tal, quali 

vegnon di là onde ’l Nilo s’avvalla.


Sotto ciascuna uscivan due grand’ali,

quanto si convenia a tanto uccello:

vele di mar non vid’io mai cotali.


Non avean penne, ma di vispistrello

era lor modo; e quelle svolazzava,

sì che tre venti si movean da ello:


quindi Cocito tutto s’aggelava.

Con sei occhi piangea, e per tre menti

gocciava ’l pianto e sanguinosa bava.


Da ogne bocca dirompea co’ denti

un peccatore, a guisa di maciulla,

sì che tre ne facea così dolenti.


A quel dinanzi il mordere era nulla

verso ’l graffiar, che talvolta la schiena

rimanea de la pelle tutta brulla

Per la comprensione in chiave “classica” del testo, rimando alle numerose fonti reperibili in rete; qui, mi limito a osservare la prepotente presenza del simbolismo alchemico, con le tre facce di Lucifero, ciascuna caratterizzata da uno dei colori dell’Opera: rossa al centro (rubedo), bianca o gialla a destra (albedo o citrinitas), nera a sinistra (nigredo). Tre fasi che disegnano perfettamente l’evoluzione del procedere che si svolge scandito dall’antico solve et coagula della Tabula Smaragdina. Il testo di Ermete Trismegisto descrive proprio una progressione in tre stadi: nero, bianco e rosso (chi è interessato, può cercare in rete ogni informazione relativa). Uno schema (qui molto semplificato e, tuttavia, quadripartito) è offerto da Jung secondo il quale la nigredo è l’ombra, l’albedo è riferita agli archetipi di anima e/o animus, la citrinitas è il vecchio saggio e la rubedo è l’archetipo del Sé, ossia l’individuo che ha raggiunto, ovviamente dal punto di vista dell’Eloah, la consapevolezza completa. Il lettore malizioso forse ha notato l’apparente incongruenza del Ternario usato dall’Alighieri (tre facce) e del Quaternario emergente sia dagli scritti alchemici (quattro colori e relative fasi dell’Opera), sia dalla speculazione junghiana. Incongruenza reale, determinata proprio dal cristianesimo del poeta. Limite che lo lega “mani e piedi” a una visione cosmogonica trinitaria, sostanzialmente incapace di “comprendere” il “quarto elemento”, ossia il male.

Da notare che, se il termine “trinità” nasce con un’enciclica di Papa Alessandro (scritta fra il 105 e il 115 d.C.) e se il concetto si può forse ritrovare già in Matteo (il suo vangelo data 85/90 d.C.), esso manca del tutto sia nel vecchio, sia nel nuovo testamento (teologi ed esegeti sembrano concordare su questo). Ovviamente, non m’infilo in un tale ginepraio. Limito la mia analisi a quanto scritto nel Credo, alla luce della tesi essenziale, ossia che Dio sia una creatura dell’uomo il quale gli ha dato vita al solo scopo di delegare a quell’oggetto il proprio potere. E, sotto questo profilo, il dogma in discorso ha dimostrato tutta la sua efficienza, almeno sino ad ora.

Quando papa Alessandro dogmatizza il concetto trinitario, con ogni evidenza lo fa spinto dalla necessità, probabilmente a quel punto divenuta imprescindibile, di dare una qualche soluzione al problema del Male. Problema che, già da qualche tempo, gli gnostici avevano posto in termini assoluti e che per i cristiani doveva costituire motivo di grande turbamento. V’è da dire che il cristianesimo non è mai riuscito a risolvere tale problema, tuttavia e grazie all’architettura trinitaria della divinità, non solo è riuscito a ignorarlo completamente, ma a usarlo in modo davvero conveniente. Disegnando un Dio con tre gambe, infatti, Alessandro ignora il quarto elemento: il Male, appunto. Alessandro conosce il Libro di Giobbe e sa molto bene che quando il sant’uomo è attaccato da Satana, lo è su mandato di Dio (Satana chiede a Dio di permettergli di mettere alla prova Giobbe, ottenendo di poterlo fare).

Tuttavia, Alessandro decide d’ignorare l’Antico Testamento, portando il Male al di fuori di Dio. Amazing! Dio, l’essere perfettissimo che si fa stiracchiare e modellare dagli uomini, secondo i tempi, i luoghi e le necessità. E senza mai profferir parola! In ogni caso e dopo l’enciclica di Alessandro, tutto è davvero molto più chiaro poiché Dio è il Bene assoluto, mentre il Male sta da un’altra parte (sarà un caso, ma un centinaio d’anni più tardi la vita, come il solito, presenta il conto attraverso la nascita dell’eresia manichea, ma anche questa è un’altra storia). Il punto psicodinamico, tuttavia, sta nel fatto che Alessandro ha creato il nemico contro il quale tutti i cristiani dovranno allearsi.

Questo, spinge l’oggetto/Dio dentro un ambito di sacralizzazione assoluta, d’intoccabilità definitiva. A quel punto ciascuno tira un profondo sospiro di sollievo perché papa Alessandro ha fatto un gol bellissimo, grazie al quale nessuno più dovrà preoccuparsi di divenire responsabile di se stesso. Ora, non solo c’è Dio, ma è anche dotato di una struttura sublime, trinitaria, potentissima e capace di metterci in relazione con Lui attraverso il figlio incarnato (generato e non creato … lol). E c’è Satana, angelo cacciato perché faceva le puzzette nel paradiso terrestre (puzzette intellettuali, s’intende). Insomma, con la trinità il giocattolo è perfetto. E, infatti, segue la storia del mondo per i successivi duemila anni, sempre in attesa della resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà (… paraponziponzipà … niente, per quanto stupide possano essere, non resisto alle battute).

In any way, riguardo a questo punto la mia speculazione si ferma qui, perché rischierebbe di diventare troppo estesa, chi fosse interessato può leggersi i saggi di Jung.

Oltre ai “colori dell’Opera”, Lucifero è immerso per metà nel Cocito (in greco antico κωκυτός, Cocytos, significa lamento, pianto o, anche, fiume di ghiaccio) che simboleggia alla perfezione la totale assenza di emozioni degli Elohim. Essi non sono capaci di avere emozioni giacché mancano della modalità dell’essere.

Infine, Lucifero sta masticando tre persone. Ovviamente e come accennato prima, l’intera visione è influenzata dall’appartenenza religiosa dell’Alighieri, in quel tempo espressa da un’eggregora ferocemente imperante. Ciò spinge Dante verso la soluzione più sbrigativa e comoda, ossia quella che vede le tre vittime (Giuda, Bruto e Cassio) come autentici capri espiatori di un’umanità già comunque “salvata” dal sacrificio di Cristo. Mettere in dubbio questo dogma, avrebbe messo a rischio la vita del poeta.

Hieronymus Bosch è l’altro, mirabile epigono di questo mito perché dipinge così l’Eloah, nel 1480:

bosch
Figura 2:  Il Giardino delle Delizie (particolare).

Il contenuto simbolico del frammento in “Figura 2” è semplicemente fenomenale. Il frammento è tratto dal trittico denominato “Il Giardino delle Delizie” (esposto al museo del Prado di Madrid) e, in questa sede, ignorerò tutto ciò che è stato scritto su quest’argomento, limitandomi all’accenno analitico di alcuni dei suoi elementi maggiormente rilevanti.

L’immagine rappresenta quello che, dai commentatori di Bosch, è stato definito il Principe dell’Inferno nell’atto di compiere un’azione specifica. In particolare, l’Eloah (perché di un Eloah si tratta) sta inghiottendo un essere umano introducendolo all’interno del becco dalla parte della testa. Nel frattempo, dall’ano dell’individuo esce uno stormo di uccelli neri. Sul capo, l’Eloah porta un calderone a mo’ di elmo, ha le estremità inferiori infilate in due anfore e, dalla “comoda” sulla quale è assiso, defeca altri esseri umani.

Il primo elemento che vorrei rilevare è l’evoluzione descrittiva di questo elemento. In Dante, l’enfasi è posta sulla paura, l’intera scena è spaventosa e il supplizio descritto, con ogni probabilità, suggerisce che il gelo incarnasse la paura più profonda del poeta.

Bosch, invece, pare costantemente in vernacolo. Al punto che persino l’elisione della coscienza sembra essere per lui motivo di celia, una burla drammatica, senza dubbio, ma pur sempre un tratto buffonesco talmente profondo e radicato da travalicare i limiti della sua stessa umanità.

In ogni caso, affermiamo che Dante e Bosch descrivono l’Eloah nell’atto di nutrirsi della consapevolezza distillata da uno o più burattini durante la vita fisica. Questo è un evento destinato a verificarsi dopo la morte fisica e che è descritto già dal mito egizio della “seconda morte” inferta all’anima dal tribunale di Osiride qualora l’anima stessa non abbia vissuto in modo migliore rispetto alla vita precedente. Tale “seconda morte” (detta anche “’piccola morte”) era intesa come un vero e proprio annientamento ed era la cosa che gli egizi temevano di più in assoluto.

Il mito, quindi, ritorna in Valentino con l’anima che, non possedendo i misteri della gnosi, è condotta davanti alla Vergine della Luce la quale la getta nel buio, nel fuoco o nel ghiaccio (il punto potrebbe far pensare a una contaminazione gnostica della descrizione dantesca) in attesa dell’annientamento finale che dovrebbe avvenire con il completamento del numero delle anime pneumatiche. Anche qui il concetto è inequivocabilmente quello dell’annientamento e testimonia della presenza del mito in epoca assai antica, ancorché tramite descrizioni “piegate” alle esigenze delle rispettive tradizioni e credenze (ambiti nevrotici).

A oggi, tali descrizioni sono, per così dire, ”arrivate all’osso” poiché smarcate da ambiti nevrotici eccessivamente pesanti e, per darvene esempio concreto, di seguito posto la descrizione del mitologema fornita da un guerriero del Filo. Descrizione formulata a seguito di un sogno molto speciale.

Nel primo giorno della fase di sanguinamento mestruale a volte mi capita di essere svegliata da crampi addominali dolorosissimi. Ricordo che quella notte mi sono alzata dal letto e ho ingerito dell’anti-dolorifico, con un po’ d’acqua. Poi sono tornata a letto, contorcendomi per i crampi.

Nel ricordo successivo, sono in piedi vicino al bordo del letto e rispondo al mio cellulare che stava squillando. Ho risposto sapendo che dall’altra parte del telefono non c’era un essere umano. Non c’era nessuna voce, nessun respiro. C’era invece una presenza viva, in ascolto concentrato. Ho avuto l’impulso di raccontare la mia giornata, il più dettagliatamente possibile e, mentre parlavo, ho notato qualcosa che mi ha fatto venire i brividi.

Innanzi tutto la sensazione di gelida, assoluta e profonda indifferenza con cui le mie esperienze diurne erano accolte. Inoltre, non meno importante, il sapere che ciò che stava dall’altra parte del telefono riusciva, in qualche modo misterioso, a distinguere nel mio racconto gli elementi “veri” da quelli “falsati”. In altre parole, tutto ciò che nel mio parlare tracciava il filo del discorso e che era frutto della mia personale ricostruzione degli eventi, era sputato fuori come un nocciolo di ciliegia (elementi falsati). Tutto il resto, ossia la parte corrispondente all’esatta descrizione degli eventi così com’erano avvenuti, veniva raccolta e mangiata da quel Qualcosa dall’altra parte del telefono.

Finita la telefonata, mi sono svegliata nel mio letto. Ho ripensato al sogno appena fatto, così vivido e realistico. Mi sono fermata a pensare al modo in cui la mia mente lavora per riempire i “vuoti percettivi” (le emozioni irrisolte, le parti non verbalizzate dei propri ricordi, le domande senza risposta, le percezioni senza interpretazioni). La mente sembra creare continuamente una narrazione che sia sempre a conferma di una propria personale visione del mondo e di se stessi, con il tentativo inconsapevole di far apparire il Sé migliore di ciò che realmente è.

In seguito, sono rabbrividita al pensiero di quel qualcosa oltre il telefono che mi ascoltava con assoluta e gelida indifferenza. Qualcosa di così potente e onnisciente che in un primo momento ho creduto fosse Dio. Un dio senza amore, che avrebbe reagito allo stesso identico modo sia se gli avessi raccontato che andavo in giro a stuprare e squartare bambini, sia se gli avessi descritto mille ore di faticoso volontariato tra i lebbrosi. Non so esprimere per iscritto quanto totale fosse l’indifferenza di quella Cosa dall’altra parte del telefono, potente tanto quanto la sua presenza. Qualcosa che non sa nemmeno cosa siano le emozioni umane e che non dà nessuna importanza a ciò che è umano se non le esperienze “reali”, ossia “digerite”, trasformate in consapevolezza. Questo qualcosa riusciva in tempo immediato a filtrare i punti digitali (la parte di ricordo che deriva da un’esperienza realmente vissuta) dai punti analogici (la parte di ricordo derivante da confabulazioni successive della mente che riempie i vuoti per creare continuità nella narrazione del Sé).

Quello stesso giorno, in tarda mattinata, ho raccontato il sogno a un mio caro amico che mi ha detto che quella cosa fatta di puro distacco, che “mangiava” i punti digitali scartando la traccia analogica, era l’Eloah.

L’Eloah si nutre dei “punti logici”, in altre parole, solo della parte “vera” dell’esperienza, l’unica che serva allo scopo di tenerlo a debita distanza dall’Uno. Il resto è scartato ed è la parte che, nel dipinto di Bosch, esce dall’ano dell’uomo: uccelli neri, punti analogici, confabulazioni fantastiche, emozioni non risolte. E non è tutto perché, oltre a questo, è scartata anche la “spirale onirica”, ossia quella struttura psichica generata dall’attività onirica.

Nota – Ogni sogno genera ricordi che, tuttavia e nella gran parte dei casi, sono perduti durante la veglia. Il motivo di ciò risiede nel fatto che tali ricordi sono immagazzinati in modo diverso dai ricordi di real life. In specifico, le esperienze oniriche costruiscono una struttura psichica parallela alla c. d. spirale o chiocciola mnestica e che è denominata, appunto, spirale onirica. Nulla di quel che è presente nella spirale onirica può avere interesse per l’Eloah, forse con l’unica eccezione di alcuni ”sogni lucidi”. I c. d. sognatori lucidi sono tutti variamente persuasi di avere esperienze oniriche importanti. In realtà, la stragrande maggioranza di essi non ha che sogni ordinari, dentro i quali si sperimentano momenti di lucidità ma che non producono alcun tipo di consapevolezza. E il motivo risiede nel fatto che, a parte rarissimi casi, la lucidità onirica è solo banale dialogo interno, non molto lontano dalla confabulazione psicotica. Coloro che, viceversa, sono riusciti a trasformare il proprio universo onirico in qualcosa di “reale”, come detto, sono molto rari e certamente poco disposti a condividerlo. Tuttavia, costoro son in grado di offrire al proprio Eloah più di quanto è lecito attendersi da un essere umano.

Sul capo l’Eloah ha un calderone. L’allusione alla “cottura” alchemica non potrebbe essere più evidente. In termini concreti, la palla d’energia incandescente e priva di consapevolezza che è l’essere umano all’inizio della propria esistenza, è “cotta” dalle esperienze di vita al fine di trasformarla in consapevolezza (il cibo dell’Eloah, appunto). Tale “cottura”, quindi, è operata dal sistema limbico il quale, durante l’intera vita, è talmente autonomo rispetto all’io osservatore che assume un’identità propria, ossia quella di una specifica e potentissima entità che, altrove (Il Sogno), ho denominato “K”.

Altrove (K), descrivo meglio questo “componente” che, almeno in apparenza, potrebbe essere assimilato al nostro sistema limbico. Qui, mi limito ad affermare che, in condizioni normali, non abbiamo alcun potere su di esso. Questo lo rende autonomo e tanto più potente se si pensa che agisce come “servo dell’Eloah”. In altre parole, K lavora perché ciascuno di noi possa distillare, durante la vita, la consapevolezza necessaria all’Eloah. E lo fa gestendo le nostre dinamiche psichiche in modo semplicemente “divino” poiché possiede una capacità di calcolo a dir poco mostruosa.

Nota del 5/11/2016 – L’altro elemento, davvero molto interessante, sono le due anfore dentro le quali l’Eloah affonda i piedi. Qui sta un’allusione che, durante la stesura originaria dell’articolo, mi era sfuggita. In effetti, L’Eloah è una costruzione duale e, come tale, destinata a essere riassorbita. Questa è una considerazione che, da sola, riesce a giustificare l’idea che gli Elohim siano, infine, una nostra creazione. E il dipinto di Bosch, nel particolare delle due anfore, starebbe lì proprio a testimoniare una simile verità. Ciò perché le due anfore rappresenterebbero i due draghi (Rosso e Latone), ossia la rappresentazione duale del potere creativo che scorre in ciascuno di noi e che sostiene la macchina biologica sotto forma di flusso vitale.

Il sogno presentato dovrebbe essere piuttosto inequivoco rispetto al rapporto che esiste fra l’Eloah e le emozioni. Tuttavia e per evitare nuovi equivoci, chiarirò la cosa in modo definitivo: l’Eloah è del tutto indifferente al tipo di scelta (o psuedo-scelta) che il burattino compirà. La sola cosa importante è che costui si muova in una direzione, quale che sia. Potrà vivere come un santo, come “il mostro di Milwaukee” o come il sig. Rossi impiegato alle poste, per l’Eloah (e, ovviamente, per K) non fa alcuna differenza perché, alla fine della propria esistenza, il burattino gli consegnerà la propria chiocciola mnestica.

Come avvenga la cosa, nessuno lo sa giacché sul punto non vi sono testimonianze dirette (la battuta era d’obbligo). Tuttavia, qualcosa nella tradizione alchemica può aiutare a farsene un’idea (sempre, ovviamente e considerata la durezza del tema, che non si tratti di un auto-inganno).

Mi riferisco a ciò che nei testi alchemici è indicato come divina sizigia, dal greco syzygía (συζυγíα), nome che significa l’unione dei contrari. Unione simboleggiata dallo Ierogamos o matrimonio sacro di Sole e Luna. Sin qui, la simbologia che sottende l’esistenza dell’essere umano e, dentro la quale, potrebbe essere facile discriminare le parti in gioco. L’Eloah sarebbe il sole, immobile e fisso al centro del sistema, mentre l’individuo sarebbe la luna, in continuo movimento e mutazione e che, alla fine del ciclo, nutrirà il sole unendosi a lui. Tra l’altro, l’alternanza delle fasi lunari descrive molto bene il ritmo vitale (diastolico e sistolico) e la sua naturale conseguenza: la produzione di consapevolezza.

In ottica umana, quindi, la conseguenza di tutto ciò è che immediatamente sopra il mitologema dell’annientamento s’innesta la visione della sizigia, probabilmente indotta, da un lato, dalla fede nell’esistenza di dio e, dall’altro, dalla convinzione che ogni uomo sia dotato, grazie a dio, di un’anima immortale. Idee entrambe farlocche, ma certamente molto forti e radicate.

Tenendo, dunque, in riserva mentale l’ipotesi dell’auto-inganno (spiegabilissima rispetto all’atrocità dell’annientamento della coscienza individuale), ciò che balza agli occhi è la possibilità che tale unione possa realmente essere vissuta dalla coscienza come “unione divina”, in altri termini, come un’estasi assoluta nella quale perdersi senza remore. Verrebbe da dire che, considerata la durezza dell’esistenza, una tal eventualità sembrerebbe davvero il minimo sindacale.

Alcuni passi oltre a quella umana, però, c’è l’esistenza guerriera. Ossia quel modello che, nel linguaggio alchemico, ha come fine il compimento della Grande Opera, la creazione della Pietra Filosofale o, anche, dell’originario Androgino descritto da Platone.

Preciso che tale nomenclatura, pur essendo potentemente evocativa, è stata del tutto abbandonata e il motivo sta nell’esigenza di sganciarsi dalla tradizione alchemica perché troppo vicina e, di conseguenza, troppo invasiva (si tratta di un ambito nevrotico, al pari di qualunque altro).

Il Filo del Rasoio, quindi, è qualcosa di totalmente astratto, senza capi, senza strutture, senza gerarchie. Qualcosa che esiste nel Campo Psichico e che, al di fuori di esso, semplicemente scompare. A causa di ciò, la citata retorica alchemica, sul Filo è tradotta come creazione di un Doppio immortale che, proprio perché tale, l’Eloah sceglie di non divorare.

Al contrario, il Doppio immortale diviene, a mente dello scopo primigenio (risolvere la Danza Folle), la dimora dell’Eloah che, in questo modo, porta se stesso fuori dal ciclo (psuedo)-infinito (altrimenti detto “dei burattini”) e si fonde con l’individuo realizzando, per citare di nuovo l’ambito alchemico, il Rebis (o Pietra Filosofale, o Androgino che dir si voglia).

In realtà, ciò che accade è che il Doppio Mnestico, poiché fluido, è usato per costruire un contenitore capace di resistere “indefinitamente” alla pressione dell’Uno. Si tratta di consapevolezza pura, lo stato dell’essere più lontano dall’Uno e che, opportunamente cristallizzato, realizza qualcosa capace di resistere alla forza del riassorbimento che l’Uno stesso non cessa mai di esercitare sulla Dualità. In questo modo, l’Eloah può lasciare la sua dimora (quale che sia) per fondersi con il burattino creando, così, un’entità capace di esistere per sempre. In questo senso, l’idea di Eloah è sovrapponibile a quella di anima. La conseguenza di ciò è che il possesso di un’anima è il risultato di un percorso lungo e molto, molto difficile nel quale l’individuo (guerriero) fa a pezzi la propria chiocciola mnestica con l’unico obiettivo di portarla in uno stato di fluidità assoluta. E, per fare una cosa simile, non servono scuole e/o maestri. L’unica cosa che serve, è volerlo.

Qualora taluno decida di mettersi sul cammino denominato Filo del Rasoio, otterrà all’istante l’attenzione del proprio Eloah che prenderà a farlo a pezzi tramite il suo servo: K. Parliamo di un percorso destinato a durare l’intera età adulta e che determinerà, se portato sino in fondo, la totale fluidità del Doppio mnestico e, di conseguenza, l’unione con l’Eloah. Sul Filo del Rasoio il sacro è stato fatto a pezzi e non esiste alcun tipo di metus nei confronti di alcuno. A causa di ciò, il guerriero tratta l’Eloah prima come un problema da risolvere (tramite l’interazione con K) e, quindi, come un pari perché entrambi hanno qualcosa che all’altro manca e, soprattutto, perché sono destinati a diventare una singola entità.

Si noti che, in un’operazione di questo tipo, l’unico a rischiare è l’Eloah, giacché non esiste garanzia che tale nuova entità, per quanto meravigliosa e potente e immortale, riuscirà a risolvere la Danza Folle.

Certo, dal momento nel quale una tale soluzione è stata anche solo descritta tramite la metafora dello Stato Terzo (la descrizione definitiva è in Keter, realizzato nel 2014, tuttavia l’intuizione fondamentale risale al 2002), le cose hanno cominciato a prendere una piega assai diversa. E ciò perché, da quel preciso istante, gli Elohim hanno acuito il loro sguardo poiché hanno visto una possibilità concreta.

Ricordo che sia la CC sia, verosimilmente, gli Elohim esistono solo nel qui e ora. Per essi, passato e futuro, semplicemente non esistono e tutto ciò che è avvenuto nella dimensione che noi chiamiamo tempo, sta avvenendo in questo preciso istante. È come una persona che si sta allacciando le scarpe. In quel momento, l’intera azione la coinvolge e, in termini emotivi, non esiste differenza fra l’istante nel quale ha iniziato a farlo e qualunque altro attimo prima di terminare l’azione. È un tutto unico, inestricabile … è QUI E ORA. Solo che, nel caso della CC (e, verosimilmente, degli Elohim), l’istante comprende tutto: l’intera, maledetta storia di tutti i Multiversi che sono stati, che sono e che saranno (se saranno).

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