K

Premessa

Scrivere di K è qualcosa di profondamente emozionante. Qualcosa che posso fare solo dopo un’intera vita durante la quale mi sono confrontato con questa incredibile presenza, con quest’assassino psicopatico che, come servo dell’Eloah, è per noi Levatore, Aguzzino e, infine, Sicario.

Non nasconderò alcuna cosa. Al contrario, cercherò di descrivere il profilo di questo “mostro” nel modo più esteso, anche rischiando di spaventare a morte il lettore (o di annoiarlo, chissà).

Apriamo le danze, dunque, iniziando a descrivere l’Uomo Nero.

Nomenclatura

Quando, per la prima volta, mi resi conto di questa presenza dentro di me, avvertii subito l’esigenza di imporle un nome. Ovviamente, la cosa richiese diverso tempo grazie, soprattutto, al carattere profondamente proteiforme che la caratterizza. Tratto, questo, che in un primo momento mi spinse ad assimilarla al Mercurio dei Filosofi. Come soluzione non era brillantissima, tuttavia e in attesa di trovarne una migliore, continuai a usarla per diversi anni, fino al giorno nel quale scrissi Il Sogno (2008). Lì decisi che il suo nome sarebbe stato K e addussi, a giustificazione, una serie di motivazioni di comodo.

Dopo breve tempo, tuttavia, mi resi conto che la scelta, operata in modo del tutto istintivo, poteva nascondere ragioni non banali. A cominciare da considerazioni di carattere linguistico.

Nello specifico e dopo una breve ricerca, verificai che Kāf () è la ventiduesima lettera dell’alfabeto arabo (numerazione abjad). Fatto, per me, piuttosto sorprendente se si pensa come il ventiduesimo Trionfo dei Tarocchi sia “il Matto” (l’unico privo di numero).

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Figura 1: Il Matto (Tarocco di Marsiglia)

Di seguito, un frammento tratto da “I Tarocchi” di Oswald Wirth e concernente quest’Arcano:

Il suo posto è il ventiduesimo, ma il suo valore simbolico equivale a zero, poiché il Matto è un personaggio che non conta affatto, in considerazione della sua inesistenza intellettuale e morale. Incosciente e irresponsabile, si trascina attraverso la vita da essere passivo, che non sa dove va e che si lascia condurre da impulsi irragionevoli. Non appartiene a se stesso: è un posseduto, un ossesso; è alienato in tutto il pieno significato del termine.

Considerando che al tempo avevo già maturato una certa conoscenza di questa presenza, la scelta istintiva della lettera K come suo nome, mi colpì anzichenò.

Da Wikipedia: “Questa lettera (occlusiva velare sorda) deriva secondo alcuni  dall’alfabeto nabateo, secondo altri da ܟܟ dell’alfabeto siriaco. In ogni caso deriva da kaph dell’alfabeto aramaico, che nacque dalla kaph dell’alfabeto fenicio, generata dalla kap dell’alfabeto proto-cananeo” (ho tolto alcuni simboli poiché non risultavano visibili, per vederli, visitare il link fornito). Con riferimento all’alfabeto ebraico, la corrispondenza dovrebbe essere כּ (Kaph) con il significato di “palmo” o di “stretta”. Tuttavia e a proposito del significato simbolico, una possibilità importante potrebbe essere ק (Kof) che starebbe variamente a indicare la cruna di un ago o la nuca (K, essendo il nostro sistema limbico, risiede nella testa).

Certo è che, se guardiamo al glifo proto-cananeo, l’allusione alla mano umana appare piuttosto evidente.

In any way, nel testo il nome usato sarà invariabilmente K (con questo stile tipografico) che potrete leggere come meglio vi pare (io uso leggerlo “cappa”).

Struttura

K è l’Inconscio? Questa potrebbe sembrare una domanda banale e, per certi versi, lo è giacché il lemma “inconscio” è, sia nel linguaggio comune, sia in quello tecnico, qualcosa di talmente indefinito da essere sostanzialmente inutile. Profani e psicologi usano tale termine quasi fosse un vecchio paio di scarpe, senza rendersi minimamente conto della sua drammatica indeterminatezza. Certo, è pur vero che, trattando di qualcosa che non si conosce per nulla, un termine vale l’altro. Tuttavia, credo sia giunto il tempo di rivedere tale definizione, soprattutto alla luce di quanto esporrò in questo lavoro.

Altrove (Il Sogno), ho stigmatizzato K come “il motore intelligente” che invoca le classi oniriche. Tuttavia, già lì ho suggerito la possibilità che tale azione potesse travalicare l’attività onirica per estendersi all’intera real life. Nella sostanza, già al tempo ho suggerito per K il ruolo di “Signore della Psiche Umana”. E, in effetti, questo è ciò che è.

Da quel lavoro, tuttavia, molta acqua è passata sotto i ponti e, nel frattempo, la figura di K ha subito una rivisitazione profonda sia nell’estensione del suo potere, sia nella stigmatizzazione del suo profilo. In specifico, per diversi anni sono stato nell’incertezza rispetto all’identificazione della natura di quest’entità. Per diverso tempo mi sono arrovellato cercando di capire quale fosse la genesi di un simile mostro e, per tutto quel periodo, ho sempre accarezzato l’ipotesi di una soluzione soggettiva. Mi dicevo che i mostri siamo noi, che la tendenza morbosa è caratteristica di Mente ma, allo stesso tempo, non riuscivo a trovare una ragione sufficiente a giustificare quella stessa morbosità.

Vedevo, senza il minimo dubbio, che Mente genera atteggiamenti variamente morbosi, eppure non riuscivo a spiegarmi il perché di questo comportamento. Guardavo il mondo animale e, a parte qualche eccezione, non riuscivo a trovare dei pattern che giustificassero una simile evoluzione. Sapevo che fra i primati, in specifico fra gli scimpanzé, erano noti casi di stupro e ricordo un video (circolato sul web nel 2014) che testimoniava lo stupro da parte di foche leopardo nei confronti di pinguini reali (addirittura fra specie diverse). Ma, in qualche modo, ero certo che tali comportamenti bizzarri fossero indotti dall’ipertrofia del nostro centro intellettuale che, a livello di network psichico, avrebbe certamente potuto influenzare dei mammiferi particolarmente evoluti.

Diciamo che, almeno in termini generali, per diverso tempo rimasi persuaso dall’idea che la morbosità della mente umana generasse esclusivamente da un cattivo funzionamento dei tre cervelli. In realtà, il discorso era piuttosto semplice e partiva dall’assunto (di matrice assolutamente gurdjieffiana) che, soprattutto per effetto del processo educativo, i tre centri (rettile, emotivo e intellettuale) si sovrapponessero in modo improprio generando, così, pulsioni ibride (nei sogni facilmente individuabili nella presenza di cani, gatti, uccelli, serpenti, etc.) le quali prendevano necessariamente la via di specifici comportamenti morbosi.

Nei sogni, gli animali riflettono comunemente l’immagine di tali pulsioni ibride. I gatti, ad esempio, sono animali a sangue caldo con una pupilla verticale e, per questo, perfette rappresentazioni di un’ibridazione fra pulsioni dell’emotivo e del rettile. Un altro esempio comune sono i volatili, ibridi fra rettile e mentale e questo perché gli uccelli sono i discendenti diretti dei dinosauri e, nello stesso tempo, volano e questa è una caratteristica stretta dei nostri pensieri (è di uso comune il modo di dire “il pensiero vola alto”).

Lo schema che avevo adottato, dunque, era quello di una mente strutturata come una “piramide rovesciata”, con il vertice piantato profondamente dentro al “centro rettile”, il luogo dal quale promana la pulsione fondamentale e che ha precedenza assoluta su qualunque altra: sopravvivere, una piramide edificata durante il c. d. “processo educativo” e, proprio per questo, evidentemente gremita di storture e sovrapposizioni.

Ecco, se il ragionamento appariva sensato (solido, persino), in realtà, proprio ciò che predicavo come evidenza (le storture e le sovrapposizioni derivanti dal processo educativo) non quadrava del tutto. E questo perché, per farlo, era necessario ammettere che gli “educatori” (segnatamente i genitori) avessero subito il medesimo trattamento da parte dei loro educatori … and so on … sino all’origine, ossia sino al momento dell’insorgere della consapevolezza nei primi Sapiens, coloro che avevano sperimentato per la prima volta le “chiavi biologiche “ (funghi psilocibinici).

Allora, delle due l’una: o le chiavi biologiche avevano attivato qualcosa che era già presente dentro i Sapiens, oppure avevano portato dentro essi qualcosa che prima non c’era!

Il problema era che non sembrava esserci modo di andare oltre questo limite conoscitivo e, di fatto, la conseguenza fu di continuare a girare intorno all’incertezza senza, tuttavia, riuscire a risolverla. Questo, però, sino al giorno nel quale un conoscente mi raccontò un fatto che gli era accaduto il giorno precedente.

Premetto che conosco la persona da diversi anni e che, se dovessi profilarlo, direi che è certamente definibile come il “buon padre di famiglia”, un uomo probo, equilibrato, con un quoziente intellettivo piuttosto alto e con processi mentali molto concreti, spesso arguti.

Ora, quest’uomo un giorno mi ferma per strada. È visibilmente turbato e mi dice che ha bisogno di parlare con me. Mi appresto ad ascoltarlo e questi mi narra che il giorno precedente, navigando nel c. d. deep web, è incappato in un sito di ragazzine molto giovani e molto svestite. Preda di una repentina e travolgente eccitazione, l’uomo si masturba raggiungendo molto velocemente un orgasmo intenso.

Ovviamente, un po’ per l’imbarazzo e un po’ perché sinceramente divertito, comincio a ridere di gusto. Lui, tuttavia, rimane serio, mi guarda in modo strano e soggiunge:

“Subito dopo l’orgasmo, ho visto una cosa”.

“E che hai visto amico mio?” (anche il mio tono, adesso, è serio).

“C’era qualcosa o qualcuno con me o, forse, dentro di me. Qualcosa o qualcuno che, una volta viste quelle foto, s’è infiammato e mi ha spinto a masturbarmi. Posso dirti che è stata una cosa atroce perché mi sono sentito come un burattino nelle mani di un diabolico burattinaio”.

Bingo. Il mio amico, in pochi minuti, risolse un’impasse conoscitiva che durava da anni. Ovviamente, a lui non dissi tutto, ma se da un lato era evidente che quel qualcosa non era altri che K, dall’altro mi fu chiaro all’istante che quando parliamo di K, in realtà, ci riferiamo di un’installazione aliena.

Pe questo, altrove ho descritto K come servo dell’Eloah. Gli Elohim determinano l’insorgere nell’Homo Sapiens di un livello superiore di consapevolezza portando dentro di esso il fungo (il frutto proibito) e lo fanno perché hanno come unico scopo quello di risolvere la Danza Folle (vedi Keter).

Tuttavia, questo semplice atto rischierebbe, riguardo allo scopo, di “bruciare” l’uomo giacché il fungo porta l’individuo a diretto contatto con il proprio potere creativo. L’inevitabile conseguenza di ciò è che, insieme alla consapevolezza, il fungo veicola una seconda istanza. Un guardiano (se vogliamo rendere omaggio a numerose tradizioni esoteriche) che, per qualità proprie, è capace di deprimere in modo drammatico l’azione della psilocibina.

Questo consente all’intero processo di estendersi per un periodo sufficientemente lungo, un tempo tale da consentire a una parte, anche molto piccola, della Coscienza Creatrice di specializzarsi fino al punto di trovare una soluzione alla Danza Folle.

Geniale. Gli Elohim (se volete, “anime” o, anche, “pezzi di Coscienza Creatrice”) portano dentro l’uomo, mercé il fungo, la consapevolezza d’essere il creatore e, allo stesso tempo, gli piazzano in mezzo al brain un assassino psicopatico che ha, fra le altre cose, anche il compito d’ingannarlo per tenerlo dov’è. Anzi, l’inganno diviene l’unico strumento tramite il quale fare tutto. Da un lato, K tiene l’uomo in gabbia (è letterale), mentre dall’altro lo spinge a salire sui treni (flussi psichici) che l’uomo stesso genera di continuo perché produca nuova consapevolezza (il cibo dell’Eloah).

Si tratta di un lavoro che non può essere messo a rischio da alcuna complicazione emotiva perché K deve poter continuare a “premere” sull’individuo senza alcun tipo d’interferenza e, per ottenere questo, gli Elohim lo progettano come una macchina priva di sentimenti, ma avida di sensazioni realizzando, così, un autentico colpo da maestro.

Per quanto sopra, quindi, affermo che K non è l’Inconscio, bensì un’installazione aliena messa lì per incidere profondamente sulla nostra vita e per scopi molto precisi. C’è da morire dal ridere, eh … sì, per chi ama la risata, ovviamente.

K, piuttosto, è ciò che durante i millenni l’uomo ha rappresentato come diavolo o, più genericamente, come entità spirituale malvagia.

Nell’ebraismo ha-satan (שָׂטָן) è “l’avversario” e, nel Libro Giobbe, è addirittura confuso con la “mano sinistra di Dio” (la lettura di Giobbe è vivamente consigliata a chiunque intenda capire a fondo le ragioni per le quali è possibile affermare che “dio” è una creazione dell’uomo e non viceversa).

Nella versione ellenistica della Bibbia detta anche “dei settanta”, ha-satan inizia a conoscere le prime mutazioni in diabolos, mentre nel cristianesimo K prende i nomi si Satana e Lucifero.

Nel mondo islamico, il diavolo è chiamato Iblis, creato da Dio dal “fuoco senza fumo” (questo è un particolare assai interessante che, tuttavia, non tratterò qui). Nell’induismo manca una caratterizzazione forte del “malvagio” e ciò, ritengo, per l’intensa astrazione che qualifica la sua speculazione filosofica. Mentre nel buddhismo il nome del diavolo è Mara. Non voglio annoiare il lettore con lunghi elenchi dei nomi che K ha ricevuto durante i millenni passati. Tuttavia, vorrei far notare una specifica evoluzione rilevabile nell’iconografia del personaggio.

In specifico, più affondiamo nel nostro passato e più le immagini di K sono, per così dire, archetipiche. Vale a dire che il “mostro” è rappresentato da disegni e dipinti che raffigurano un personaggio immaginario, variamente connotato (corna, lingua biforcuta, coda, zoccoli, etc.).

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Figura 2: Michael Pacher – Agostino, il Diavolo e il Libro dei Vizi
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Figura 3: Demonio in manoscritto medievale

Più ci avviciniamo al tempo presente, invece, il modo di rappresentarlo tende a cambiare, tanto che in epoca contemporanea, il diavolo è rappresentato direttamente dai volti di chi, per gli atti che ha compiuto, lo ha raccontato meglio.

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Figura 4: James Holmes
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FIgura 5: Charles Manson

Solo i moderni satanisti sembrano ancora legati al vecchio modo di rappresentare il diavolo 🙂

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Figura 6: http://Immortalixes.altervista.org/blog/

Mi permetto la celia giacchè, ormai, so che K non ha potere. Al contrario, K è interferente, si piazza fra noi e il nostro potere creativo, sfruttando la paura che abbiamo delle nostre emozioni. Nell’uomo tale paura è talmente grande che, da sola, è capace di relegare l’io osservatore nella corteccia pre-frontale per l’intero periodo di veglia, in uno stato confabulatorio costante (dialogo interno). È questo il trucco di K, spingere l’individuo su un treno emotivo qualunque per poi lasciargli fare tutto da solo. Egli “suggerisce” soluzioni che sono sempre (sempre) delle colossali bufale ma che, di fatto, impegnano l’individuo per interi periodi di vita. Lo impegnano in cose che non hanno alcun senso ma che producono consapevolezza giacché, normalmente, inducono sofferenza.

Il problema è che queste cose le facciamo noi. Siamo noi che decliniamo variamente il nostro potere creativo costruendo situazioni folli e dentro le quali perdiamo noi stessi. E la beffa davvero atroce è che le abbiamo “volute” pur non avendole volute realmente, giacché ci ha mosso l’inganno.

In any case, ciò che dovrebbe trasparire dal ragionamento suggerito, è il progressivo avvicinamento del c. d. “io osservatore” alla reale natura di ciò che va sotto il generico nome di “diavolo”. La parabola iconica lo disegna con una certa chiarezza. All’inizio, la figura di questo “impianto alieno” conosce solo una rappresentazione archetipica mentre, di seguito e in specifico, nel tempo attuale essa è umanizzata, concretata, infine, avvicinata al punto tale che qualcuno riesce a vedere il diavolo per ciò che realmente è: un “cacciaballe”. Certo, un “cacciaballe” veramente pericoloso (come tutti gli psicopatici) poiché ci conosce intimamente e ha una capacità di calcolo del tutto fuori dal comune, tuttavia, non ha alcun accesso al nostro potere creativo. Questo fa di lui un autentico bluff. Un formidabile bluff, nessun dubbio, ma davvero nulla di più.

Averne avuto ragione è, per me, fonte di continuo stupore. Tutti quegli anni passati sotto scacco, tutta quella sofferenza subita per suo volere, trasforma la “vittoria” in qualcosa di singolare. Probabilmente, uno psicologo o uno psichiatra parlerebbero di “Sindrome di Stoccolma”. Tuttavia e comprendendo a fondo una simile diagnosi, affermo che questo è un meccanismo che esiste su un piano percettivo diverso. Vi sono dinamiche che non possono essere ricomprese nella comune esperienza umana perché portare tanto a fondo la conoscenza di K significa cambiare se stessi, diventando, sì, molto simili a lui e, tuttavia, profondamente diversi. Questa è una contraddizione solo apparente. Un’antinomia fallace perché il livello di relazione con una simile entità è davvero distante dal piano logico.

Chi si confronta con K è semplicemente troppo vicino alla follia e alla morte in ogni istante della sua vita. Questo cambia profondamente l’individuo, portandolo su un piano di reale potere. Il suo potere. Come spiegare questo se non attraverso la personale esperienza? Battere K è un fatto che, sostanzialmente, non può essere descritto, tanto è vicino all’incomprensibile pienezza dell’essere.

Infine e dal mio punto di vista, battere K è l’unica, autentica declinazione di ciò che Carlos Castaneda chiamò Libertà Totale. Come si può descrivere la Libertà Totale? Assenza di ganci, di attaccamenti, distacco talmente profondo da rasentare la psicopatia. È questo? Certo, ma anche molto di più. È fluidità assoluta, assenza di qualunque struttura mentale ed emotiva. Sì, ma non basta. È contiguità al proprio potere creativo che, tuttavia, non è per nulla usato giacché farlo comporterebbe uscire dalla fluidità, creando cristallizzazioni e, di conseguenza, restituendo spazio a K!

Battere K vuol dire arrivare a un equilibrio profondo con il proprio dentro e anche con quanto sta fuori. E questo anche se, ormai, ciò che sta fuori è sempre più folle e disarmonico. Scrivo nel 2015, chi può dubitare che ciò che lo circonda è folle e disarmonico? Solo chi è altrettanto folle, è ovvio. E si tratta di grandi numeri.

Follia e morte sono merce kappiana e invadono il mondo poiché i singoli individui vivono nella più assoluta inconsapevolezza della manipolazione della quale sono vittime e passano l’intera vita sopra treni che non li portano in alcun luogo, poiché non fanno altro che girare in tondo.

L’idea del Labirinto (che ha ossessionato l’umanità sin dai primordi) nasce da questo infinita manipolazione. In realtà, l’unico labirinto esistente è quello che costruiamo nella nostra mente grazie alla continua manipolazione kappiana.

È semplice: il labirinto è la nostra mente e Asterione è K, un mostro, un assassino psicopatico che attende ciascuno di noi, proprio alla fine del viaggio.

Ad ogni buon conto, la via per uscirne esiste ed è variamente descritta sia nella Teologia della Liberazione, sia in Keter.

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 Qui, dirò solo di alcuni effetti insorgenti dalla vittoria sul mostro premettendo che, in ogni caso, si tratta del risultato di un lunghissimo periodo d’interazione conflittuale. In effetti, si tratta di una vera e propria guerra e non è un caso se coloro che si mettono sul Filo del Rasoio sono chiamati “guerrieri”. Una guerra con una presenza aliena la quale ha “tutte le carte in mano” ma che, anzitutto, conosce un limite assolutamente invalicabile. Si tratta di un limite sistemico, giacché K non può uccidere l’individuo anzitempo. Questo fatto ha come conseguenza rilevante che l’intensità delle ottave generate dal mostro non può mai andare oltre un limite preciso.

Questa è una certezza poiché deriva dal fatto che, a prescindere da qualunque altra considerazione, anche qualora l’individuo non abbia alcuna possibilità di andare oltre i propri limiti (in sostanza, la stragrande maggioranza dei casi) l’interesse dell’Eloah è di avere la massima espansione di consapevolezza (il suo cibo) … e K, come servo dell’Eloah, attenderà maniacalmente a questo compito.

Questo, quindi e con evidenza, garantisce due cose: la prima, come detto, è che K non potrà mettere a rischio la vita del guerriero, la seconda è che, sino alla fine della vita, non smetterà di vessarlo perché è una macchina che esiste solo per procurare sofferenza, giacché la consapevolezza è generata solamente dalla sofferenza.

Per inciso, l’intera tecnica denominata “agguato” sfrutta esattamente questo semplice meccanismo agendo proprio sulla sofferenza. Quando un’emozione negativa erompe dal centro emozionale, la conseguenza è inevitabilmente la sofferenza. Ebbene, ridendone il guerriero toglie la sofferenza dall’equazione e questo ha come conseguenza immediata la crescita della consapevolezza oltre i limiti del sistema (questo è un requisito fondamentale per il Lavoro).

Esiste, poi, un secondo aspetto che, a differenza di quello appena visto, si manifesta “lato client”. In altri termini, dipende interamente dal guerriero stesso. Tale aspetto è molto efficacemente indicato dal lemma impeccabilità.

Il termine, di evidente derivazione castanediana, deve essere inteso correttamente giacché si presta facilmente a equivoci.

Anni fa, non avrei esitato a tagliar corto il discorso consigliando la lettura di un libro dal titolo “Il Distacco” del filosofo tedesco Eckhart von Hochheim (Meister Eckhart) che è comunque un libro notevole e che andrebbe letto, a prescindere.

Oggi, dalla diversa prospettiva che mi hanno concesso gli anni d’esperienza e soprattutto se parlo a persone con un background giudeo-cristiano, avverto l’esigenza di precisare meglio alcune importanti premesse.

In specifico, il Filo del Rasoio porta l’individuo su un cammino di perfezione assoluta (non si tratta di un modo di dire) e questo, proprio per le nostre radici religiose, troppo facilmente trascina nel discorso il senso di colpa. Ecco, questa è un pericolo da evitare come la peste.

Un guerriero non è il burattino di nessuno, tantomeno del senso di colpa. Un guerriero ha risolto il problema del bene e del male nel momento nel quale ha abbracciato lo Scopo (Stato Terzo) poiché, da quell’istante, è lo Scopo a decidere per lui cosa è bene e cosa è male.

Tuttavia, un guerriero sa che ogni atto che compie ha un prezzo che dovrà essere pagato perché uno degli aspetti dell’impeccabilità è non avere alcun debito. Attenzione, non perché non pagare i debiti sia una cosa moralmente cattiva, bensì perché i “passivi” sono ganci che c’impediscono di progredire nel Lavoro. Chi non ha debiti è in grado di andarsene da un determinato luogo e/o situazione in qualsiasi momento e “con un semplice battito di ciglia”. Non deve nulla ad alcuno, perciò nessuno gli può rinfacciare alcunché.

I debiti ci rendono pesanti e preoccupati e il guerriero non è nessuna di queste cose. Al contrario, è leggero e silenzioso e quando arriva, lascia solo un lieve segno che il vento cancellerà presto. Nessuno che abbia debiti (di qualunque tipo) può fare questo.

Molto bene, l’altro aspetto dell’impeccabilità riguarda il confronto con la morbosità e, in termini operativi, è senz’altro quello più frequentemente usato nella guerra in discorso poiché questo tratto è veicolato direttamente proprio da K.

Come detto sopra, la confessione del mio amico sbarazzò il campo da ogni dubbio, mostrandomi l’evidenza della manovra operata dalle chiavi biologiche. Un attimo prima la morbosità non esiste, mentre in quello dopo essa è lì: K è entrato in casa, piazzandosi nel nostro sistema limbico. Da quell’istante, la storia del mondo è stata un teatro di atrocità inenarrabili.

Ora, si pensi alla seguente situazione. Nick è un maschio di quarant’anni circa, sposato, con prole e lavora presso una grande azienda nella quale ricopre un incarico dirigenziale. Nick ha una segretaria piacente, di nome Laura.

Laura è single e molto consapevole della sua avvenenza che usa per ottenere ciò che desidera dal mondo esterno.

Ovviamente, per Nick non esiste scampo. Laura lo seduce, magari ci mette un po’ ma, alla fine, Nick balla alla musica di Laura.

Una storia comune e miserabile quanto basta e che, tuttavia, ha come registi veri i rispettivi K (sì, anche Laura è il burattino inconsapevole del proprio K). È lui che spinge la donna a sedurre il capo lavorando su meccanismi semplici: desiderio di rivalsa, di affermazione che, a sua volta, trae forza da un profondo senso d’inadeguatezza. Ed è sempre lui a spingere Nick a cedere alle lusinghe, anche qui muovendo piccole leve come il desiderio egoico d’essere ammirato che, a sua volta, muove da un’insicurezza profonda.

Per K è un gioco quasi banale. Come detto, ci conosce intimamente perché è con noi sin dai primi istanti di vita. Inoltre, possiede una capacità di calcolo pressoché “divina” e, nello stesso tempo, essendo avido di sensazioni, è fantasticamente morboso. La vita, per lui, è un enorme campo da gioco e gli individui i suoi meravigliosi giocattoli.

Tutto quel che deve fare è mantenerli nel sonno, assicurandosi che non smettano di sognare. E lo fa mischiando continuamente verità e menzogna, determinando, così, la nascita dei mostri più bislacchi, delle situazioni più assurde, così come delle storie più banali. Storie che, in ogni caso, sono calibrate sulle essenze dei singoli burattini.

Quel che è importante, è che ciascun individuo dia il massimo in termini di sofferenza personale e, di conseguenza, di consapevolezza prodotta.

Ora e in ottica guerriera, questo aspetto è il vero Tallone d’Achille del nostro “ospite”. Ciò che è necessario capire bene, infatti, è che K non ha alcun reale potere e questo fatto, per lui esiziale, diviene del tutto evidente nel momento nel quale il guerriero chiude la porta alla morbosità riconoscendola come non sua.

Questo è davvero molto importante perché depotenzia vieppiù l’azione di K sino a ridurla a zero. In sostanza, questo modo d’agire “stana” l’ospite, portandolo allo scoperto e, infatti, come il guerriero ingaggia il conflitto, K si mostra a lui, tipicamente nei sogni (ma non solo, dipende dall’essenza dell’individuo). Si mostra accettando la sfida e, solitamente, manifestando un atteggiamento davvero altezzoso e sprezzante, come se sapesse (o volesse far credere) che per il guerriero non vi è alcuna possibilità di vittoria.

È a questo punto che viene in aiuto Juan Matus, il vecchio stregone Yaqui (quanto “reale” non è per niente importante) che consigliava ai guerrieri “uno sforzo sostenuto e un intento inflessibile”, ossia il terzo elemento dell’impeccabilità guerriera.

Non mollare mai, ridendo in faccia alla follia e alla morte. Questo è il solo modo per battere K. Capire questo vi porterà a conquistare spazi sempre maggiori di voi stessi. Spazi che adesso sono sotto il dominio dell’ospite. E quando non vi sarà più alcuno spazio sotto il suo dominio, l’ospite impazzirà perché dovrà morire e voi avrete raggiunto quella che Juan Matus chiamava Libertà Totale.

Non voglio illudere nessuno. Ciò che attende chi si mette sul Filo del Rasoio è un cammino di sofferenza volontaria molto lungo e difficile perché il nemico da battere è davvero formidabile, ma posso assicurare chi legge che chi non mollerà, a prescindere da qualunque tipo o grado di difficoltà che lo attende, alla fine sarà vittorioso.

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4 thoughts on “K

  1. Potresti chiarire meglio questo passaggio: “toglie la sofferenza dall’equazione e questo ha come conseguenza immediata la crescita della consapevolezza oltre i limiti del sistema (questo è un requisito fondamentale per il Lavoro)”?
    … specialmente il concetto di crescita della consapevolezza oltre i limiti del sistema.
    … perché credo che sia questo che faccia la differenza con una semplice “massima espansione della consapevolezza” che è ciò che l’Eloah cerca.

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    1. Buona domanda. In luogo di “togliere” altri hanno usato il verbo “trasformare” e, in effetti, questo è il taglio che troviamo in Gurdjieff (Quarta Via) poiché ciò che lì si fa delle emozioni negative è propriamente di trasformarle in positive.

      Tuttavia, quest’impostazione rischia di trasformarsi in una trappola per il guerriero. Infatti, le emozioni negative, essendo espressioni duali della Coscienza Creatrice, sono sempre e comunque un aspetto della follia duale.

      L’uso di “toglie”, quindi, si giustifica con l’enfasi posta sul fatto che, alla fine, ogni emozione va ridotta a ciò che, in realtà, essa è: pura energia (di fatto, vero potere).

      Alla fine, quindi, è proprio questo profondo sforzo d’astrazione che permette alla consapevolezza di travalicare i limiti che la sofferenza (per esteso, l’emozione identificata) le impone.

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