The Failure of Western Globalization

Sotto la lente, oggi, c’è un articolo di Francesco Semprini, pubblicato da “La Stampa” (per i pochi che non lo sapessero, il giornale di Confindustria), il quale riporta un’intervista a un certo Steve Hanke (ma Hanke no), niente meno che professore della John Hopkins University ed ex consigliere di Reagan.

Premetto che l’interesse per questo specifico articolo è stato determinato dalla sua apparente oscurità. In sostanza e partendo da quello che è stato definito l’errore di Trump nell’accettare di parlare con la presidentessa di Taiwan vanificando in un sol colpo l’atteggiamento dell’amministrazione americana verso la Cina, Mister Hanke-no (d’ora in avanti, semplicemente Hanke-no) attacca Trump e le sue mosse sul fronte economico. Tuttavia lo fa in modo che a me è parso oscuro e contraddittorio, come chi, trovandosi in difficoltà cognitiva seria, non sa letteralmente più che pesci pigliare. Come uno che ha qualcosa di personale verso chi ha fatto crollare il suo bellissimo castello di carte. E chi, se non un teorico o un tecnico del New World Order, può detestare così profondamente un populista come Trump?

Ho già scritto altrove sul significato ferale che eventi come Brexit e l’elezione del nuovo presidente USA hanno avuto per la globalizzazione occidentale, altrimenti conosciuta come New World Order (NWO). Così, sono andato a ficcare un po’ il naso nella biografia del professore per capire se e come il nostro eroe poteva essere ascritto nella categoria dei c.d. globalizzatori. E ho scoperto che Hanke-no è descritto da Wikipedia anzitutto come un teorico della privatizzazione delle risorse pubbliche. Tratto che, da solo, non basterebbe a caratterizzarlo come tale. Tuttavia, leggo che Hanke-no conduce studi specifici, pubblicando venti monografie e più di trecento articoli, sulla c.d. dollarizzazione, ossia un sistema grazie al quale un paese sostituisce la propria valuta nazionale con una valuta estera stabile. Goctha! 🙂

L’articolo ha come titolo “Il Tpp è inutile ma così si scatena una guerra con la Cina” e lo trovate qui. In ogni caso e a futura memoria, ne riporterò alcuni frammenti (hai visto mai che, improvvisamente, il link si corrompe e il relativo articolo diventa un fantasma). Ora e in ipotesi, l’intervista in oggetto avrebbe dovuto chiarire le conseguenze delle “destabilizzanti” scelte di Trump in tema di commercio estero. Scelte che, ovviamente e nella visione di Hanke-no, dovrebbero riguardare gli Stati Uniti, ma non solo.

Ora, la tesi fondamentale del nostro è la seguente:

«Non è detto che l’uscita dal Tpp penalizzi gli Stati Uniti, ma le scelte di Donald Trump in materia di commercio internazionale rischiano di trascinare l’America in una guerra commerciale».

Per capirci, il Tpp è il partenariato trans-pacifico, cosa diversa dal Ttip, ossia il partenariato trans-atlantico. Ormai, entrambi questi “accordi” sono, di fatto e a parer mio, facce del “grande scomparso” di questo 2016, ossia la globalizzazione occidentale, crollata sotto i colpi ricevuti da Brexit, dall’elezione di Trump e dal referendum che ha piallato Renzi. È lo stesso Hanke-no a suggerirlo, rispondendo a una domanda di Semprini:

Gli Usa potranno uscire dal Tpp con un semplice decreto?
«Parliamo di un accordo che si trova nel limbo, non c’è stato pronunciamento del Congresso, quindi non sarà affatto complicato».

Anche l’accordo con l’Europa è a rischio?

«Il Ttip ha natura diversa, ma l’impressione è che Trump vada nella stessa direzione del Tpp. Anche qui si tratta di un altro mostro giuridico, è difficile capire chi e quanto ne pagherà le conseguenze maggiori. Il mio punto è questo: abbiamo veramente bisogno di questi accordi per praticare commercio? O si tratta di creature che non fanno altro che giustificare certe derive come quella di Trump?».

Il frammento successivo, tuttavia, è più interessante.

Quanto costerà all’America?
«E chi può dirlo. L’accordo è talmente nebuloso e complesso che è difficile capire cosa contiene, può darsi che il Paese alla fine ne beneficerà, ma questo è altrettanto difficile da capire perché non sappiamo quali alternative ha in mente Donald Trump».

Ecco qua. Il guru del Cato Institute, così lo descrive l’articolista (cosa sia il Cato Institute non è rilevante), con un candore che farebbe invidia a un’educanda, definisce il Tpp “un accordo talmente nebuloso e complesso che è difficile capire cosa contiene” e il Ttip un “mostro giuridico”. Da notare che, ad esempio, alle negoziazioni per il Tpp hanno preso parte, dal 2005 in poi, Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Stati Uniti e Vietnam. C’è da domandarsi cosa avessero assunto i membri dei tredici, diversi team di esperti tenuti a vagliare la convenienza dell’accordo, prima di procedere alla lettura di quel testo … l’elisir della conoscenza, oppure droga tagliata davvero male. Tertium non datur.

Il punto più alto dell’intera intervista, nondimeno, ritengo sia il seguente:

Però, la delocalizzazione ha sradicato imprese dal territorio Usa.
«Sì, ma avendo nuove opportunità di commercio si creano altri posti di lavoro. Il punto è un altro, dal 1975 abbiamo avuto un deficit commerciale per ogni singolo anno e la ragione è che gli americani spendono più di quanto risparmiano e questo disavanzo è finanziato senza soluzione di continuità dai nostri partner, in primis Cina e Giappone. Tutto questo non ha nulla a che vedere con i tassi di cambio, la concorrenza sleale o qualsiasi altra cosa di cui Trump parla. E di cui parla anche chi sta al suo estremo opposto come il senatore Chuck Schumer».

Qui, l’analisi del periodo è interessante poiché la parte che giudica positiva la creazione di posti di lavoro, in qualunque luogo del pianeta avvenga, denuncia una posizione chiaramente global. In specifico, Hanke-no tradisce il vero desiderio di ogni globalizzatore, ossia quello di arrivare a un controllo totale sui modi e sui tempi dei consumi (“gli americani spendono più di quanto risparmiano e questo disavanzo è finanziato senza soluzione di continuità dai nostri partner”). Infatti, si tratta di un’affermazione che, pur nella sua oscurità, fa capire come chi vuole egemonizzare il mercato ha fra i suoi obbiettivi quello di controllare al massimo i flussi mercantili e ciò, è evidente, presuppone un controllo strettissimo di cosa, quando, quanto, come e dove consumare i beni prodotti.

Ora e a parte la facile ironia rispetto alla merdina pestata da Hanke-no con quest’intervista, chiunque abbia dato anche solo una breve occhiata a questi trans-trattati, sa bene che essi sono stati scritti proprio per perseguire un intento di questo tipo: massimizzare i profitti, trattando le persone come semplici consumatori di beni e approntando, a tal fine, strumenti che mettano le grandi multinazionali nella condizione di far consumare ciò che vogliono, a chi, quando e come vogliono.

La penosa intervista rilasciata da Hanke-no, quindi, sembra l’urlo disperato del globalizzatore (occidentale) fallito il quale, non sapendo che altro fare, inizia a dare i numeri. Questo perché Hanke-no & C. sanno bene che l’altra globalizzazione (quella cinese) non si fermerà e nemmeno, date le modalità con le quali è attuata, potrà essere fermata. Quest’ultima, infatti, a differenza di quella occidentale, procede secondo uno schema bottom-up (dal basso verso l’alto). Ciò risparmia ai cinesi il bisogno di manipolare le persone poiché queste si manipolano da sole.

A Pechino non serve forzare le costituzioni dei vari stati. Ai cinesi basta il denaro (che Pechino ha in quantità industriale) per comprarsi il mondo a piccolissimi pezzi. Industrie, capannoni artigianali, negozi, licenze annonarie, terreni e case  … un pezzo alla volta, la Cina si sta comprando l’intero occidente. E questo perché in Cina non esistono i Soros e i Rockfeller che, loro malgrado, devono pagare il prezzo più alto proprio al loro ego ipertrofico. In Cina ci sono solo api operaie le quali lavorano tutte (tutte) per il medesimo obiettivo: la conquista del pianeta.

Così, agli Hanke-no di turno non resta che un delirio apparentemente incomprensibile ma, di fatto, davvero trasparente. Del resto, sono tutti professori ai quali il destino dei loro figli e nipoti interessa meno di niente.

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