L’inarrivabile Verigna (o Menzorità)

Alla ricerca di una prolusione adeguata al presente articolo, sono incappato in questo frammento, tratto da Wikipedia. Si tratta di un warning che Wiki prepone alla pagina che tratta del Ponte di Einstein-Rosen. Considerata la natura del warning, nonché l’alacrità degli enciclopedisti attivi in Wikipedia, è verosimile che l’intera voce subisca un rimaneggiamento a breve. In ogni caso, a oggi  19/03/2017, il warning è presente e quello che segue ne è un frammento:

È da controllare l’intera voce, per differenti motivi: si tratta di una voce che tratta un argomento che ha basi esclusivamente teoriche nel campo della fisica, mentre in vari punti si presentano come consolidate e concrete delle circostanze quali il viaggio nello spazio tempo, la deformazione del continuum spazio temporale, etc.. La voce, pur trattando uno specifico argomento, contiene sezioni che hanno l’intento di definire sia ambiti e argomenti con genericità maggiore della voce stessa sia non pertinenti con la voce stessa e che andrebbero o eliminati o riportati ad altre voci o al rispettivo ambito. Inoltre, a una lettura completa della voce, risultano frequenti contraddizioni.

Ecco, ritengo quanto sopra un perfetto esempio di ciò che altrove ho definito il punto di crisi nel quale ciascuno incappa (e sul quale spesso inciampa) qualora prenda a trattare seriosamente oggetti infidi quali verità e menzogna.

La mia tesi, così liberiamo subito il campo da qualsiasi fraintendimento, è che verità e menzogna siano categorie farlocche e prive di valore assoluto giacché, facce della stessa medaglia, del medesimo, indescrivibile oggetto che la Coscienza Creatrice manifesta nel suo stato (di Coscienza) denominato UNO.

In quest’indescrivibile (è letterale) stato (di Coscienza) vi è un unico, ineffabile oggetto che potremmo chiamare Verigna o Menzorità (scegliete il nome che più vi piace, o inventatene un terzo … o un quarto … insomma, fate ‘n po’ come cazzo ve pare), ossia l’unica cosa che veramente può conferire un senso agli opposti che la compongono (verità e menzogna, appunto).

Ovviamente, non sto dicendo cose nuovissime. Tuttavia, ritengo talmente importanti le conseguenze psicologiche del ragionamento proposto che ho voluto riproporre tali concetti, ancorché in modo, mi auguro, originale.

In effetti, svuotare di valenza assoluta i concetti di verità e menzogna, genera l’impossibilità di una tale determinazione rispetto a qualsiasi tipo di descrizione del mondo (esterno o interno). In altri termini, nessun giudizio di verità e/o menzogna sarebbe rendibile, ad esempio, per le descrizioni fornite dalla Matematica. Non più o diversamente dalle descrizioni del mondo dei Puffi.

L’idea di fondo, quindi e in ultima analisi, è la natura totalmente virtuale del Multiverso nel quale siamo immersi, nonché e di conseguenza, l’illusorietà del medesimo. È evidente che dentro una simile logica, il tipo di descrizione adottata dalla percezione di ciascun individuo (e dall’umanità nel suo complesso) non sarà che il frutto di una scelta giacché, accanto a tale descrizione, ve ne sono infinite altre. Tutte alternative, ovviamente. Eppure, almeno in apparenza, nessuna valida come quella scelta dall’uomo sin dal primo sorgere della Consapevolezza, con ogni probabilità per le maggiori chance fornite rispetto all’imperio della sopravvivenza dell’organismo biologico.

Il problema, quindi, è costituito dalla evoluzione della consapevolezza durante millenni e, soprattutto, durante la modernità. Ho già affrontato la cosa altrove, tuttavia il punto sembra davvero dolente giacché la massiccia presenza della tecnologia ha condotto il singolo individuo sempre più lontano da quel “buon senso” che, durante i millenni passati, ha consentito la sopravvivenza sua e della specie. E la conseguenza di una tale abiura (normalmente descritta dalla locuzione “crisi dei valori”) è stata l’innesco di un progressivo mutamento di paradigma percettivo. Al punto che la stessa fisica è entrata in un processo di autentica rivoluzione descrittiva e concettuale. Considerate il seguente esempio.

In un breve divertissement pubblicato qui lo scorso agosto, ho avanzato l’ipotesi della non esistenza della gravità così come questa è descritta dalla meccanica classica, ossia come una forza, detta forza peso, che agisce sugli oggetti dotati di massa e che si afferma generata da un campo vettoriale conservativo.

In realtà, se lo stesso Newton nutrì profondi dubbi sulla sua scoperta, ancora oggi nessuno sa cosa sia la gravità. Sappiamo che i gravi, se abbandonati a se stessi, precipitano vero il basso (il centro della Terra) e che, di conseguenza, deve esistere una forza che ne provoca la caduta. Tuttavia, da cosa sia generata tale forza resta un mistero irrisolto, un incubo che toglie il sonno ai fisici e per motivi che, probabilmente, nemmeno sospettano.

All’osso, infatti, le ipotesi possono essere due:

  1. La forza gravitazionale è generata dall’oggetto dotato di massa (pianeta, stella, cometa, buco nero, etc.). In tal caso, predichiamo l’esistenza di una forza attrattiva. Una spiegazione davvero semplice. Magari un po’ troppo semplice considerato che, nonostante la montagna di denaro investita nella sua ricerca, il mitico gravitone nessuno è ancora riuscito e trovarlo.
  2. La forza gravitazionale è esterna all’oggetto. In tal caso, ipotizziamo l’esistenza di una spinta. Ossia, di una forza che proviene dal “vuoto” cosmico (energia oscura?) la quale preme sul singolo oggetto. Quest’ultimo, quindi, per il solo fatto di esistere, si limiterebbe a creare una perturbazione del continuum spazio-temporale. Perturbazione che determinerebbe una sorta di collasso di questa forza esterna la quale, quindi, permeerebbe l’intero universo e che dovrebbe avere un valore costante. L’obiezione legittima a un tale modello potrebbe riguardare i buchi neri per i quali si dovrebbe spiegare il motivo che determina un così grande aumento della forza gravitazionale che sembrano esprimere. Credo che qualcuno abbia già pensato a ipotizzare la possibilità di buchi neri aperti (veri wormhole, per tornare al warning wikipedino). In tal caso, questi oggetti non sarebbero, come sostengono i fisici, simili a dei “sassi” super compatti, bensì a delle idrovore, in ultima analisi, punti di fuga della materia. Per la verità, fuga o annichilazione non è dato sapere. Sta di fatto che, in una simile ipotesi e in omaggio al principio in base al quale nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma, da qualche parte, forse, esistono buchi bianchi, ossia rubinetti dai quali la materia/energia costantemente si riversa dentro il Multiverso e che, di conseguenza, mantengono l’equilibrio generale immutato.

Di là dei dettagli, però, la conseguenza profonda di tale scelta comporta necessariamente la seguente domanda: qual è la differenza filosofica che esiste fra il pensare la gravità come una proprietà della massa (dei corpi celesti) e, quindi, da questa generata o, viceversa, come una forza che pervade il Multiverso e che, al contrario, preme su tali corpi?

Ecco, questa potrebbe sembrare una domanda oziosa ma, in realtà, non lo è affatto. Nel primo caso, infatti, la visione dell’insieme è necessariamente del tutto meccanica, poiché l’intero sistema trae senso in modo esclusivo dall’azione degli oggetti che lo compongono, quali che siano. Nel secondo caso, viceversa, l’architettura proposta spinge fatalmente verso una visione olistica.

Ribadisco che “olistico” significa che l’oggetto, in specifico il Multiverso, è maggiore della somma delle parti che lo costituiscono. Qualcosa che, infine, preme pericolosamente nella direzione di un Multiverso dotato di una volontà propria e, di conseguenza, una coscienza autonoma. Non sto affermando che sia così, bensì che di fronte a una forza a tal punto pervadente, capace di spostare materia ed energia fra universi contigui, la visione del tutto che nostro malgrado continuiamo a cercare, inevitabilmente si sposta verso una dimensione coscienziale del Multiverso che ci contiene.

So perfettamente che, a questo punto, il fisico ortodosso sta sorridendo. Tuttavia e altresì, sono persuaso che si possa trattare di un riso amaro, giacché generato dalla paura che l’intero impianto razionalista possa crollare sotto il peso di questa descrizione alternativa la quale sembra procedere in modo inarrestabile verso una dimensione descrittiva che, sin qui, è stata ferocemente negata.

Faccio notare, inoltre, che un simile modello potrebbe compromettere in modo definitivo il limite della velocità della luce il quale, a questo punto, non costituirebbe più il confine estremo del sistema giacché sarebbe a sua volta contenuto dall’oscura fonte dell’interazione gravitazionale la quale, quindi, si muoverebbe ad una velocità incommensurabilmente superiore a quella di “c” (o, almeno, a una leggermente superiore). Per restare, infatti, sul tema dei presunti wormhole e, quindi, dei buchi neri aperti, ammesso che passandovi attraverso la materia non subisca annichilazione, ma solo spostamento spazio-temporale, si tratterebbe di capire dove questa stessa materia va a finire. In sostanza, si tratterebbe di individuare la posizione dell’eventuale buco bianco che “vomita” materia/energia, in particolare se nel nostro stesso universo, oppure in un altro, ancorché ricompreso nel Multiverso nel quale esistiamo.

Quel che intendo enfatizzare, infine e a prescindere dalla sensatezza delle ipotesi attualmente sul tappeto (per certi versi, assai più ardite di quelle qui proposte) è la profonda e, per molti versi, incredibile evoluzione che l’attuale descrizione del mondo operata dalla fisica sta conoscendo e che si sposta sempre più proprio verso quell’idea di universo olografico teorizzata da Bohm e Pribram.

Di conseguenza, mi chiedo, ammesso che la palla vada in buca e che a breve ci ritroviamo con la scienza ufficiale saldamente piantata su un’idea di universo olografico nel quale le informazioni possono viaggiare a tempo zero (a prescindere dalla distanza), se sino ad ora l’umanità sia vissuta nella menzogna.

Ovviamente mi aspetto l’eccezione metodologica che si concreta nei soliti luoghi comuni del tipo “si procede per tentativi ed errori”, “il work in progress permanente” e via elencando. Certo, tutto corretto se non fosse per il fatto che sulla scorta delle convinzioni (mi verrebbe da dire dogmatiche) che, sino a qui, hanno caratterizzato la ricerca, sono state fatte scelte che hanno prodotto danni ingenti a ogni livello d’esistenza.

Una punta d’umiltà in più, no? In fondo, basterebbe spostare noi stessi nel luogo nel quale verità e menzogna non esistono. Il luogo nel quale ciascuno, diventato consapevole che la Verigna (o la Menzorità) è semplicemente impossibile da raggiungere, rifugge la stupida arroganza che, viceversa, caratterizza gli “uomini di fede” (fede nella scienza o nella religione è indifferente).

Dogmatismo, certezze, verità e leggi immutabili sono zavorre esiziali per la mente. Liberarsene richiede indubbio coraggio, ma ciò che si guadagna non ha prezzo.

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Un pensiero su “L’inarrivabile Verigna (o Menzorità)

  1. sì, che l’universo con tutti i possibili altri siano il prodotto di una mente e quindi sue “proiezioni”, seppur con termini diversi da “oligrafia” e in questa “proiezione” siano partecipanti TUTTI gli esseri senzienti che esistono permeanti tutto, considerando anche le vite microscopiche e oltre senza porre limiti, per cui anche noi esseri umani partecipando come “proiettori” tutti insieme siamo ciò che “crea” la realtà e tutte le realtà, si aggrega cioè dandosi forma, in ciò che “crede” di vedere, risultando “essere” tutto ciò che vediamo. è già stato detto da millenni, peccato che avendo dimenticato questa conoscenza, ci sia voluto e ci voglia un cammino molto lungo per riappropriarcene, appunto “scientifico”

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