A Ogni Emozione, Una Creazione

“Ad ogni azione corrisponde una reazione”.
Da questo errore concettuale è nata in me una grandissima competitività, dal momento che nella vita mi è stato insegnato un “corretto agire”, ma nessuno mi ha mai avvicinata ad un “corretto Sentire”.
Sono stata educata alla supremazia della superficie dove le azioni contano più degli intenti che le muovono.
Nessuno mi ha mai spiegato (ovviamente perché non lo sapevano) che non sono le azioni a determinare le cosiddette conseguenze, bensì gli stati emozionali interiori che creano ciò che noi chiamiamo ‘reazioni’.
Ho sempre avuto, sin da piccolissima, un comportamento corretto, educato e irreprensibile, eppure mi sono trovata a dover fronteggiare ‘conseguenze’ a mio avviso ingiuste.
Siccome il mio modo di agire non poteva venire accusato di alcunché, la mia rabbia e autocommiserazione sono cresciute sino a diventare intollerabili.
Ero una vittima.
Fallita, nonostante gli impegni profusi, la fatica e la determinazione, tutte rivolte al fuori che ero sicura esistesse indipendentemente da me e da ciò che provavo.
La mia competitività si è originata da questo senso di inadeguatezza che si è fatto strada negli anni scavando insicurezze profonde al mio interno, inducendomi a credere di non essere mai in grado, mai all’altezza per quanto mi sforzassi!
Negavo con tutta me stessa l’inferno emotivo che provavo dentro, convinta di poterlo superare grazie alle giuste azioni. Volevo essere migliore dei moti di rancore e gelosia che mi scombussolavano. Da bambina ero perennemente angosciata, di un’angoscia immensa, incontenibile e incomprensibile, ma facevo di tutto per dimostrare il contrario.
Per essere come tutti gli altri…e pure meglio. QUESTA era la mia spinta a competere!
ORA solamente ho gli strumenti per constatare che tutti i fallimenti non erano dovuti a mie mancanze effettive, ma ad una mancanza di comprensione dei meccanismi scatenanti le esperienze vissute.
Tutte perfettamente incastrate per condurmi al Filo.

Qualche mese prima di incappare ne “Il Filo del Rasoio” feci un sogno che solo da poco comprendo appieno:

Mi trovavo con un gruppo di persone su una strada di montagna, tutte insieme su una carrozza che procedeva a rilento onde evitare di precipitare nello strapiombo alla nostra destra. Sapevo che ci stavamo dirigendo verso un traguardo, altre carrozze con altri gruppi di persone ci seguivano e altre ci precedevano … questo proprio non riuscivo ad accettarlo, dovevo raggiungerle! Così, con un balzo, scendevo dalla carrozza correndo avanti sul percorso che si sviluppava come una specie di ‘Adventure Game’, stile giochi senza frontiere. Superavo ostacoli più o meno difficili, attraversavo una specie di palude lanciandomi da una liana all’altra senza cadere nel fango sottostante. Finché arrivavo al traguardo, vedendolo da lontano mi sentivo molto in gamba e fiera di aver superato tanti passaggi da sola e mi presentavo con un largo sorriso soddisfatto.
Il tipo ad accogliermi, imperturbabile, mi fa:
“Ben arrivata” e allungando una mano: “… la pergamena?”
Il mio entusiasmo si trasformò repentinamente in ansia, “Quale pergamena???”
“La pergamena che hai trovato nella palude…”
“Ma io non ho trovato nessuna pergamena, nessuno mi aveva detto di cercarla!”
“In effetti è strano, ma plausibile visto che hai abbandonato il tuo gruppo. Comunque senza pergamena non puoi proseguire oltre. Questo è solo uno dei tanti traguardi e per superarlo devi consegnare la pergamena. Quindi, se vuoi proseguire, non hai altra scelta se non quella di tornare indietro ed immergerti nel fango della palude, è proprio in quella melma che la troverai. Auguri”
Tutta l’euforia che provavo fino a poco prima si era trasformata in angoscia e incredulità, la palude era parecchio indietro rispetto al traguardo ma, nonostante lo smacco, mi rimettevo in cammino intenzionata a non mollare!

Il Vecchio mi aveva già confermato che quella era una notifica di quanto stavo vivendo, ma solo ora che mi trovo nel fango alla ricerca della pergamena, insieme alla mia totalità psichica e a tutti e tre i centri (il gruppo sulla carrozza), comprendo fino in fondo la portata della metafora.
In quel periodo infatti credevo di essere parecchio più avanti di quanto non fossi realmente.
Questo era dovuto all’aver ‘buttato il cappello’, come diceva Nick, nella comprensione di ciò che siamo, esserci arrivata con il terzo centro ma senza la totalità.
Aver, quindi, eluso le macchine, manipolandole a favore di una ‘sbirciatina’ a un traguardo che, per essere superato, richiede che la FP (Falsa Personalità) sia completamente distrutta. E per smantellarla bisogna immergersi nel fango sì, o letame che dir si voglia.
E’ necessario sporcarsi completamente col dolore che siamo soliti evitare.
Tutte le informazioni raccolte in anni di ricerche e di esperienze personali mi hanno condotta prima a riconoscere la merda che inquina questo mondo, poi a notarla in me stessa, infine a connettere le due cose credendo che il semplice averla scoperta, con tutti i suoi molteplici meccanismi, mi potesse esimere dall’immergermici dentro o che comunque fosse analogo.
Non ero ancora in grado di agire la trasmutazione delle emozioni che credevo di aver così ben compreso, quel che invece attuavo era un esercizio di volontà applicato alle mie concrezioni neurali.
L’insieme di conoscenze acquisite sull’argomento mi permetteva di bypassare letteralmente il dolore.
Faccio un esempio pratico per spiegare meglio questo meccanismo diabolicamente complesso.

Provo a chiarire il concetto appellandomi ad una conversazione avuta con un amico. Lui ha, in comune con me, una predominanza del centro intellettuale sugli altri due, cosa che può rappresentare sia un vantaggio (aiutando a mantenere un certo distacco) che uno svantaggio (qualora tenga lontani dall’emozione).

Mi raccontava appunto di quanto sia difficile, ma non impossibile, farlo arrabbiare. Questo grazie alla sua capacità di notare, durante una diatriba, le problematiche altrui: “Mi viene spontaneamente da pensare che sia un problema suo”, mi ha detto.

Questo è ciò che definirei Proiezione Logica. E’ infatti ovvio che anche l’altro, coinvolto in uno scontro, abbia le sue problematiche, le sue macchine operative sul campo della discussione. Ma ciò non dovrebbe minimamente riguardarci.
Non ci riguardano i problemi altrui se non nell’ottica di usarli per portare maggior luce sui nostri. Altrimenti farlo ci conduce all’immenso, superinculante, infido trabocchetto rappresentato dalla fantomatica legge dello specchio che viene solitamente usata come scusa per evadere dalle proprie responsabilità da parte di chi la conosce intellettualmente ma non riesce a percepirla empiricamente.

Accade che il sapientone di turno si dica: “Ah vedi, Tizio si sta arrabbiando, significa che ho attivato un suo nodo irrisolto, se non lo vuole vedere cazzi suoi, non mi farò certo destabilizzare dai suoi problemi”;
sottotesto: “Non mi farò certo ‘toccare’ dalle sue emozioni negative!!!” come se queste possano espandersi a mo’ di contagio.

NOTA – può succedere ma bisogna comprendere il funzionamento di qualsiasi tipo di contagio, che può verificarsi solo qualora vi sia un gancio disponibile, ciò vale sia per le infezioni che per le emozioni. La rabbia dell’altro si attacca ad una mia macchina attivandola, se non avessi quella macchina potrei stare tranquillamente aperta e quella stessa rabbia mi attraverserebbe senza ancorarsi a nulla. 

Ora, sul piano prettamente intellettuale, questo ragionamento ha senso e può essere correttissimo. Ma sul piano volto alla Libertà Totale ciò rappresenta la supercazzola per eccellenza.

Perché? Ma perché il processo mentale non dovrebbe attivarsi mai per primo visto che è l’ultimo ad arrivare! E questo poiché il C.I. è rallentato dalla presenza di macchine neurali  [v. Teologia della Liberazione e L’Arte dell’Agguato] che possono essere distrutte solamente sostando con attenzione nell’emozione attraverso la risata (intento). Una volta agguatato, e quindi solo dopo aver distrutto le macchine (che hanno il sapore del ferro richiamando perciò quello del sangue [vedere “L’Arte dell’Agguato”]) il processo intellettivo, libero dalle catene che lo appesantiscono e imprigionano, può districare la verità che soggiace all’esperienza appena vissuta…ma non può certo farlo prima. Se lo fa prima significa che ci stiamo supercazzolando.

E ciò è tanto più pericoloso, perché difficilmente riconoscibile, quando è logicamente corretto.

Quel che ho potuto constatare nei numerosi percorsi proposti oggigiorno è proprio tale inganno ben camuffato. Ciò tende a rendere il Cammino sulla Via una macchina, che per esistere esige morbosità. In tal modo i parassiti si possono giovare di tutta questa spinta al risveglio perché essi trovano un gancio solo attraverso le macchine, che un percorso morboso mantiene intatte. Distruggerle significa liberarci dai parassiti.

Per morbosità intendo qualsiasi tipo di attaccamento, persino quello ad un’elevata idea di Bene e Amore.
Anche chiedersi “Che cosa mi sta mostrando l’altro con il suo comportamento?” significa sostare nel mentale.
Non abbiamo ancora capito quanto davvero non ci sia “nulla da capire…basta sentire.”
La reale comprensione è una conseguenza dell’agguato, tutto il resto è fuffa.

Quel distacco che avevo trovato invece era totale, ma fittizio. Nel senso che me ne andavo…non ero presente a me stessa, non accoglievo il dolore, ma lo razionalizzavo talmente tanto da disattivarlo.
Le macchine infatti persistevano incolumi piegandosi solo al passaggio della mia attenzione, e ritornando al loro posto un attimo dopo la burrasca.

NON trasmutavo davvero il piombo in oro, bensì in una gigantesca e machiavellica supercazzola! Alimentando al tempo stesso una nuova FP: quella della ‘illuminata’.
Di tale scherzo potenzialmente mortale ho avuto poi conferma attraverso altri sogni in cui ho potuto comprendere come riuscissi a manipolare le mie macchine per sottometterle all’illusione di stare Lavorando davvero. Eccone uno di qualche anno fa come esempio.

Il mondo è diventato un luogo pericolosissimo, qualcuno mi ha procurato un biglietto di aereo per recarmi in un posto sicuro. Sono in casa di gente che mi ospita nell’attesa di partire e mi è stato detto di non uscire per nessun motivo. Fuori però è una bellissima giornata e decido di infrangere la regola uscendo dalla casa nella quale mi trovo. Qualcuno mi vede e comincia a pormi domande, angosciato. Io inizio a parlare della fisica quantistica, del potere creativo e di come sfuggire alla ‘trappola’ della matrice. Si forma un capannello di gente incuriosita intorno a me che mi ascolta con interesse. Ad un tratto sopraggiunge il signore che mi sta dando rifugio, è affannato e angosciato, anche un po’ arrabbiato, si fa largo tra la folla e mi raggiunge sbraitando:
“Ti avevo detto di non uscire! Qua fuori è pericoloso, devi rientrare assolutamente o rischierai di non riuscire ad andartene mai…” continuando a lamentarsi e a urlare con fare imperativo.
Io chiudo gli occhi, mi siedo in terra e levitando mi sollevo in aria, uscendo fuori dal cerchio di persone che mi circondano, atterrando poco più in là. Sento mormorii e sussurri di stupore, il signore smette di urlare e mi si avvicina, inginocchiandosi davanti a me, si scusa.
Non sono affatto arrabbiata ne’, tanto meno, orgogliosa, semplicemente so che la vita è come un sogno e rimango a godermi il calore del sole sulla pelle.

Sì, lo so, sono un genio del male! 😀
Fatto sta che ho incontrato il Vecchio, il quale mi ha messo di fronte alla dura verità, cosicché ho potuto imparare l’arte dell’agguato.
Ma questo è solo l’inizio del Lavoro; che è tostissimo e richiede sforzi costanti e sempre più intensi.
Per una come me poi, così portata alle supercazzole e con zero pazienza, la faccenda si complica ulteriormente.
Nonostante abbia assaporato il frutto di un agguato correttamente eseguito, cado ancora sovente preda dell’identificazione con le macchine.
Ogniqualvolta ricaccio indietro il mio Io Osservatore abbandonandomi a reazioni egoiche, sul mio pollice (vedere Dover Credere e Mitopoiesi) compaiono delle ferite, più o meno profonde in relazione al livello di assenza cui ho ceduto e alla sua qualità. Se ho dato spago all’autocommiserazione piuttosto che alla superbia o alla rabbia, e per quanto tempo sono rimasta assente a me stessa, sono tutti fattori che contribuiscono al numero, la posizione e la profondità di tali ferite.
Questa è una scelta personale, sebbene inconscia, che mi auto-infliggo per ricordarmi i danni che questo comportamento sconsiderato provoca.
Non è una punizione, nonostante ne abbia tutti i caratteri.
Ne’ una minaccia o un’intimidazione, solo l’espressione di un promemoria che nel profondo di me reputo vitale.
Essì … sono pure un bel po’ masochista! 😀

Comunque tutto ciò contribuisce al mantenermi desta e attenta, a ricordarmi ciò che conta…
Sebbene lo scopo abbracci un totale Risveglio dal sonno; il Sogno, o mitopoiesi, è altresì indispensabile nel percorso che conduce alla Libertà totale
…e ciò che più conta è avere uno scopo.

“Dai diamanti non nasce niente,
dal letame nascono i fiori…”

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2 thoughts on “A Ogni Emozione, Una Creazione

    1. Sì, è certamente un’eventualità.
      Non a caso la paura rappresenta il primo dei 4 nemici da sconfiggere ma la si può annullare ignorandola.

      🙂

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