I doni del lato oscuro

La maggior parte delle discipline nascondono effetti negativi, essendo concepite non per liberare, bensì per limitare. Non chiedete Perché E siate cauti col Come. Perché? conduce inesorabilmente al paradosso.
Come? v’intrappola in un universo di causa ed effetto.
Entrambi negano l’infinito.
Gli Apocrifi di Arrakis
– Gli eretici di Dune –

La cosa più difficile nel farsi attraversare da un’emozione per trasmutarla, è il dover prima abbandonare ogni tipo di giudizio e/o attaccamento relativamente ad essa.
E questo distacco lo si conquista proprio attraverso l’agguato, mezzo di trasmutazione. Tale stato di cose appare come un cane che si morde la coda, un po’ come quei tranelli burocratici in cui, ad esempio, per avere un lavoro serve il certificato di cittadinanza e per avere il certificato di cittadinanza serve un lavoro, indi per cui, non avendo nessuno dei due, sembra non ci siano soluzioni a questo cul de sac!
E apparentemente è davvero così. Ma lasciarsi abbattere da difficoltà che paiono insormontabili ci mette in una posizione perdente in partenza.
Quindi tralasciamo momentaneamente la razionalità che ci ripete non esserci soluzione alcuna a questo circolo vizioso e proseguiamo.
Vedere lo schifo nel mondo e negli altri è facile. Credo succeda a tutti e pure piuttosto frequentemente. Lo scoglio sta nel comprendere che quello stesso, identico schifo che notiamo fuori è un riflesso di ciò che abbiamo dentro e che fatichiamo non poco a riconoscere. Per questo lo proiettiamo, perché è certamente più accettabile allontanarlo da noi. Dopotutto quando qualcosa è troppo vicino non è semplice distinguerlo da tutto il resto. Bisogna prenderne le distanze per riuscire a capire cosa stiamo osservando. Chi lavora su di sé conosce questi concetti che vengono ripetuti fino allo sfinimento da quasi tutti i percorsi iniziatici.
Ma tra il dire e il fare, si sa, ci sta di mezzo il mare.
Quello che ho notato ultimamente rispetto a questo argomento è quanto il cosiddetto “lato oscuro” venga ammantato di fascino e attrattività. Un po’ come se rappresentasse la parte di noi del “bel tenebroso”.
Ecco, ritengo che questo sia un trabocchetto parecchio infimo!
Perché ammettere superficialmente di essere una stronza non è per niente la stessa cosa che riconoscerne le dinamiche effettive.
Valutarle nelle loro manifestazioni accettando le emozioni che si portano appresso come qualcosa di interamente e solamente nostro è difficile perché, anche quando ci riconosciamo marci e crudeli, tendiamo a scusarci inserendo nell’equazione le responsabilità altrui: “Sì è vero, sono stato uno stronzo, ma il tizio se lo meritava tutto!” oppure: “Sono stato crudele ma non ero in me, non avrei mai fatto quel che ho fatto se fossi stato lucido” o ancora: “Appaio stronzo ma in realtà quel che dico o faccio è nell’interesse dell’altro, perché vedo come abbia bisogno di essere messo di fronte alla Verità!” ta-da! Quest’ultimo trabocchetto è il più sottile e pericoloso di tutti in quanto ammantato da una spinta altruistica. E noi invece sappiamo bene che non si può fare niente per nessuno al mondo all’infuori di noi stessi.
Vedersi quindi allo specchio privati di veli richiede un coraggio non indifferente. E, vi assicuro, non c’è nulla di fascinoso in ciò.
Per questo Dorian Gray aveva tanta paura di osservare il proprio ritratto.
Lui era perfettamente consapevole dello schifo che gli albergava dentro, perciò sapeva che, una volta messo di fronte all’evidenza, sarebbe morto. E la morte è proprio ciò cui ambisce il guerriero. Morte intesa come trasformazione. Morte dell’illusione e delle macchine che ci muovono.

Mama Muerte

muerte

La Morte ci spinge ad aprire il cuore.
Sì, perché è proprio grazie a quell’apertura che possiamo dirci davvero in Cammino.
Qualsiasi sia la strada percorsa, per essere autentica necessita di apertura, altrimenti è solo una farsa.
Rimanere schermati significa cedere alla paura e non permettersi mai di cambiare; significa stagnazione.
Mama Muerte invece non sta mai ferma. Miete vittime da mane a sera. E’ operosa e dispensatrice di saggezza, per chi la accoglie senza reticenza. Aprirsi vuol dire essere fiduciosi. In cosa?
Non ha molta importanza a mio avviso, anzi ritengo che più si tende ad indagare più si rischia di cadere prede dei sotterfugi della mente. La vera conoscenza non può essere accalappiata come una farfalla in un retino da collezionisti morbosi che si vantano dei propri trofei. La vera conoscenza è un frutto che possiamo assaporare apprezzandolo solo nel giusto momento di maturazione. Coglierlo prima o dopo non ci rimanderà mai la stessa consapevolezza. Perciò è indispensabile un corretto tempismo. Quando e come farlo lo scopriamo allenando controllo, pazienza e disciplina per forgiare l’intento.

La Regina Nera

saba

Esiste un legame indissolubile tra morte e nascita essendo, le due, contrapposizioni di una stessa medaglia.
La realtà è sempre doppia.
Perciò, parlando di Madre Morte, mi viene spontaneo ricollegare tale archetipo anche a un immaginario religioso; nello specifico a quelle Madonne Nere che si trovano sparse per il mondo.

( In questo articolo se ne fa una buona disamina: http://storia-controstoria.org/europa-segreta/lenigma-delle-madonne-nere-sono-nera-eppure-sono-bella/ )

E quale rappresentante migliore di quella bolognese?
La scelgo su tutte per i richiami simbolici che evoca.
Essa staziona nel Santuario di San Luca sul Monte della Guardia: una prospettiva elevata (distaccata) da cui Osservare.

Wikipidia recita:

“Quanto a te, Maria, il dolore ti colpirà come colpisce una spada” (Luca, 2, 35). Il volto nero delle “madonne di San Luca” indica simbolicamente che sono “madonne addolorate”.

Sofferente perché incarnata in quella ‘oscurità’ tipica della morte, e nonostante ciò dispensatrice di vita.
La leggenda che l’accompagna durante il suo pellegrinaggio dal monte al centro della città narra che, la prima volta che venne fatta scendere a Bologna, portò con sé una grande benedizione.

Sempre da Wikipedia:

Il miracolo della pioggia
Nel 1433, durante l’episcopato del beato Niccolò Albergati, la primavera fu estremamente piovosa, minacciando di rovinare i raccolti. Per scongiurare la prospettiva di una carestia, il giureconsulto Graziolo Accarisi (autore della cronaca sulla leggenda riguardo all’arrivo dell’icona a Bologna) promosse la discesa dell’icona della Madonna col Bambino per implorare davanti all’immagine attribuita a San Luca la grazia per la fine delle piogge; ciò fece a imitazione di quanto facevano i fiorentini, che si rivolgevano sempre alla Madonna di Impruneta, pure attribuita a San Luca. Quando l’icona entrò in città il 5 luglio, la pioggia cessò; si fece allora una grande festa con una processione di tre giorni per la città, poi si riaccompagnò l’immagine al santuario. Per voto cittadino, da allora queste celebrazioni furono ripetute ogni anno.

Nota: Non starò a dilungarmi su ciò che reputo essere la spiegazione di tale “miracolo” che attribuisco al potere creativo dell’eggregora.

La prima parte di tale processione avviene camminando sotto i 666 archi del portico che collega il Santuario a Porta Saragozza, la porta dell’ariete.
Ciò che segue non ha corrispondenze ufficiali, almeno non che io sappia, ma è frutto di connessioni personali.
Ritengo che la processione attraverso un numero così ancestralmente legato al ‘maligno’ sia la metafora perfetta della sofferenza che si sperimenta percorrendo l’inferno, quello personale.
Dunque una nigredo che, passando attraverso il dolore, culmina nella morte, senza la quale non sarebbe possibile alcuna rinascita.
L’ariete è un segno di fuoco, quindi solare, e nello specifico definito dagli egizi “sole di mezzanotte”, da altre culture è il “sole prima dell’alba”, ovvero quello che risplende nell’oscurità. Esso si trova sulla porta che sancisce il passaggio dalla fase di nigredo a quella di albedo, rappresentando quindi una pausa rossa : la rubedo.

Merda e Sangue

Chi meglio di Pasolini per avvicinarsi ad un argomento tanto delicato quanto abusato, quotidianamente, seppur sotto mentite spoglie?

“Il Girone della Merda è un guanto di sfida gettato in faccia allo spettatore ed è il superamento di un limite che porta la provocazione nella zona nietzschiana al di là del bene e del male, nella terra di nessuno dell’irrapresentabile.
Il Girone del Sangue culmina con una serie di efferate torture guardate indirettamente attraverso un binocolo e senza sonoro, con un effetto estraniante da cinema muto mentre la radio passa i Carmina Burana di Orff.

Non c’è niente da capire, il male è banale, semplice, mediocre, si nutre della nostra normalità.

Volevamo sedurre il male e invece il male ci ha sedotti, come ha fatto Faust con Margherita.

Viene da pensare al romanzo Il giardino dei supplizi di Octave Mirbeau, in cui viene sottolineata la natura sadica della società occidentale che impone la sua legge (politica, economica e religiosa) sulle classi meno abbienti e sugli ignoranti, spesso vittime passive e inconsapevoli di un genocidio antropologico.”

FONTE: http://www.sentieriselvaggi.it/il-testamento-di-pier-paolo-pasolini-salo-o-le-120-giornate-di-sodoma/

Eh sì, per quanto si faccia una fatica disumana ad ammetterlo, tali tratti ci appartengono. Ed è proprio dalla paura che questo nostro lato oscuro ci trasmette che trae sostentamento. Rinnegarlo significa alimentarlo consentendogli spazio di manovra nella nostra vita. Disconoscerlo come parte di noi ci fa credere di essere migliori di quel che realmente siamo e ci imprigiona togliendoci la possibilità di raggiungere la Libertà Totale.
Diabolicamente geniale, non trovate?

Così, persino coloro che ne riconoscono ipoteticamente l’esistenza, si sentono sollevati dall’onere di doversene prendere la responsabilità, e se ne vanno a zonzo incitando ad amare il proprio lato oscuro lasciando intendere che si tratti di qualcosa di diverso da ciò che muove un assassino ad uccidere, uno stupratore a violentare, un tiranno a torturare, un poliziotto a randellare, un terrorista a farsi esplodere, un pedofilo ad abusare. E sì, va sicuramente amato, se con amore si intende accettazione totale e incondizionata come unica via percorribile per non esserne succubi. Ma non basta dirlo, e non basta volerlo idealmente perché la paura che quel lato ci incute è atavica e così intensa da farsela addosso al primo fugace sguardo che ci capita di lanciare su di lui. Amarlo è un’impresa da supereroi!
Lo è nella misura in cui noi temiamo il nostro centro rettile. Poiché esso è il primo e più veloce ‘filtro’ da cui passa la corrente di Keter (il flusso del potere creativo) ed è completamente istintivo e dominante la spinta primordiale alla sopravvivenza (del soma così come del nostro ego in quanto i due si sovrappongono confondendosi). Perciò questa paura, derivante da una logica difficoltà nel controllare e/o semplicemente gestire questo centro, ci porta a reprimerlo, tale atto conduce lui ad opprimere noi.
In alcuni, così, questo centro prenderà il sopravvento rendendo l’individuo un ‘mostro’ da erigere a perfetto capro espiatorio per tutti gli altri che proietteranno fuori da sé tal vessazione, creando così un sistema piramidale dittatoriale a cui dare la colpa dei loro affanni. (La piramide del potere esterna ha il vertice rivolto verso l’alto con alla base la massa della popolazione; la piramide del potere interna ha il vertice rivolto verso il basso e piantato nel centro rettile
).
La paura è un magnete potente e ciò che più temiamo ci raggiunge sempre, in un modo o nell’altro.
L’unico modo per evitare di soccombervi è arrendersi ad essa, lasciarla fluire come acqua corrente attraverso di noi.

L’Antico: Non si sottomette un fiume con la forza. Devi arrenderti alla sua corrente e usare la sua potenza come fosse tua.
Strange: Cosa? Lo devo controllare abbandonando il controllo? Non ha alcun senso!
L’A: Non tutto lo ha. Non tutto deve averlo. Il tuo intelletto ti ha portato lontano nella vita ma non ti porterà oltre. Arrenditi. Silenzia il tuo ego e il tuo potere aumenterà.
– Doctor Strange

NOTA: il rettile prende il sopravvento qualora vi sia una minaccia. E una minaccia è possibile solo in presenza di qualcuno da minacciare, in questo caso, appunto, un corpo e/o un ego che, usando il gergo del Filo, è il pavone.

Certamente anche credere di essere solo un conglomerato di oscura negatività è altrettanto deleterio, ma lo è al pari di credere di essere pura Luce. Nulla di più, nulla di meno. Poiché noi siamo entrambi. E respingere uno dei due lati, qualsiasi esso sia, non fa alcuna differenza, sempre d’inganno si tratta.
Per avere piena consapevolezza di questo però non v’è altra strada che la sperimentazione diretta. E una sana dose di sadomasochismo non può che agevolarci nell’arte dell’agguato.

Poco dopo essere giunta al Filo ho avuto questa esperienza nel dormiveglia:
Mi trovo sul lettino di un ospedale in cui mi sveglio in preda al panico e al dolore attaccata a delle macchine. La prima che stacco è il respiratore artificiale, lo sfilo dalla mia gola, poi le flebo e altri strumenti tipo elettrodi.
Fatto ciò, riesco a scendere dal letto e fare qualche passo quando mi accorgo di avere un cavo dentro una coscia che mi trattiene e che va in profondità. Mi preparo al dolore che sto per sentire ma che scelgo per guadagnare la porta, verso ciò che valuto come la libertà.
Mentre afferro il cavo preparandomi allo strappo ridendo, mi sveglio…

Ridere distrugge le macchine. E’ quella pausa trasmutante che sancisce la fine della nigredo (sofferenza) per aprire i cancelli all’albedo (rinascita). La risata guerriera permette la rubedo (morte) potenziandola.
Vi è quindi una ciclicità nell’alternarsi di queste fasi come vi è nel respiro, a dispetto di ciò che avevo sempre inteso dagli insegnamenti canonici, dai quali avevo recepito una rappresentazione più statica con la rubedo posta alla fine del processo.
Essa, invece, sta nel mezzo, perno cruciale di trasmutazione per creare il Doppio Immortale.

La risata è feroce perché dissacra la sofferenza togliendole quel potere che di norma agisce su di noi. E’ un atto sovversivo che va, anch’esso, “contro natura”, quella natura che ci definisce schiavi delle nostre macchine. Per fare ciò, oltre a un’indole da eretici, bisogna possedere una spinta significativa e una volontà inflessibile, altrimenti non arriveremo mai a ritenere che il rischio possa valere la candela poiché, nonostante tutto, non vi è mai certezza di riuscita.
Per incamminarsi sul Filo del Rasoio necessitiamo di determinazione e di uno Scopo che non impallidisca mai al confronto di alcuna difficoltà, per quanto immensa possa apparire.
Tale prospettiva non è conquista comune visto che punta all’uscita dal circolo vizioso della Danza Folle.

Siamo eroi senza gloria.
Incamminarsi sul Filo è un po’ come tornare a casa dopo essere stati in guerra. Tutto comincia a risultarci alieno, privo di significato, non ci si trova più a nostro agio in mezzo a ciò che appare come sfrenata superficialità, forzata perché in effetti è solo una farsa.
Il Nulla ci sfiora costantemente, preme su di noi, nessuno escluso. C’è però chi riesce, più di altri, ad anestetizzarsi da tale realtà. Ma essi non sono, per questo, più fortunati. Essere consapevoli dell’Abisso ci costringe a prestare costantemente attenzione ai nostri passi.
Sapere di muoverci in bilico tra la morte e la follia è l’atroce, preziosissimo dono in pegno ai guerrieri che avanzano sul Filo del Rasoio.

 

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